“La nana borgatara non ha tempo per firmare un decreto. Ci penserà un commissario ad acta! Povera Italia”. No, non è il commento di un leone da tastiera qualsiasi. A scriverlo su Facebook, secondo quanto riportato dall’Adnkronos, è Alessandro Di Cicco, magistrato in servizio alla Procura di Roma. E la destinataria dell’insulto è Giorgia Meloni, presidente del Consiglio.
Ora, si può criticare la premier? Certamente. Si può contestare una decisione del governo? Ci mancherebbe. Ma da un magistrato, cioè da una persona che esercita una funzione delicatissima dello Stato, sarebbe lecito aspettarsi qualcosa di diverso da un insulto sull’aspetto fisico e sull’estrazione sociale di chi guida l’esecutivo.
La vicenda nasce dalla decisione annunciata da Meloni di non voler firmare un Dpcm relativo agli adeguamenti retributivi dei magistrati. La premier ha spiegato all’Adnkronos: «In coscienza non posso mettere la mia firma su un Dpcm con il quale dovrei destinare quasi un miliardo di euro agli aumenti di stipendio dei magistrati».
Una scelta che ha provocato la reazione dell’Associazione nazionale magistrati. L’Anm contesta infatti la ricostruzione economica del governo e precisa che non si tratterebbe di un regalo o di un bonus, ma di adeguamenti previsti dalla legge e non corrisposti negli anni precedenti. Inoltre, secondo l’associazione, gli importi effettivi sarebbero sensibilmente inferiori a quelli circolati.
È una controversia giuridica e finanziaria che merita di essere affrontata nel merito. Se quelle somme sono dovute per legge, bisogna chiarirlo. Se il governo ritiene che il decreto presenti problemi di sostenibilità o di opportunità, deve spiegarlo. E se la firma è un atto dovuto, la questione va risolta nelle sedi competenti. Ma che cosa c’entra tutto questo con la «nana borgatara»?
Assolutamente nulla. Non è una contestazione giuridica, non è una critica alla politica economica, non è un’argomentazione sugli stipendi. È un’offesa personale. E il fatto che provenga da un magistrato rende il caso particolarmente delicato. Perché la magistratura rivendica giustamente la propria indipendenza. Ma l’indipendenza non significa immunità dalle critiche, né esonero dal dovere di mantenere un linguaggio rispettoso delle istituzioni.
Ieri Meloni aveva spiegato il perché della sua ritrosia a firmare quel dpcm. La cifra da destinare ai giudici, ha detto, “è dieci volte tanto rispetto a quello che sto cercando solo per affrontare il tema dell’autotrasporto e impedire che si blocchi la consegna delle merci in tutta Italia. Dopodiché se le associazioni rappresentative vorranno cercare insieme una soluzione sono come sempre pronta ad ascoltarle, anche perché sono convinta che la gran parte dei magistrati comprenda la situazione e le priorità di questo momento”. Di tutt’altro avviso l’Anm, secondo cui gli adeguamenti contrattuali sono “previsti per legge” e “gli importi effettivi saranno sensibilmente inferiori a quelli circolati”.”La magistratura non può essere trasformata nel capro espiatorio delle difficoltà economiche del Paese. Nessun regalo, nessun bonus, nessun aumento: le somme di cui ha parlato in queste ore la Presidente del Consiglio sono differenze retributive previste dalla legge e non corrisposte per anni, non paragonabili a quelle ipotizzate in questi giorni”.
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