La vera battaglia non è per la riforma, ma per il Quirinale

Usciamo dall’ipocrisia e mettiamo le carte in tavola

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meloni mattarella

Avete notato come in queste settimane di campagna referendaria si siano succedute in numero sempre crescente, le pubblicazioni di vecchie prese di posizione sul sistema giudiziario molto simili alla riforma in discussione, da parte di noti esponenti politici che oggi invece si espongono per il No? Al netto delle bufale e delle fake news che hanno proliferato a sazietà, in uno schieramento e nell’altro, diversi personaggi in passato, ad esempio, erano a favore della separazione delle carriere. Altri ancora erano a favore del sorteggio per la composizione del Csm.

E persino il più importante partito di opposizione, il Pd, aveva nel suo programma elettorale in occasione delle ultime politiche, quelle vinte da Meloni e centrodestra, la formazione di un’Alta Corte per giudicare i magistrati. Questo è accaduto perché storicamente questa battaglia è stata della sinistra.

Ero molto giovane, ma li ricordo bene i discorsi nelle sezioni di partito sul fatto che l’unificazione delle carriere di giudici e pm fosse un’eredità fascista. E d’altra parte, una certa insofferenza rispetto a come la magistratura gestisse sé stessa, contaminata da quelle correnti che il sistema Palamara ha evidenziato, era abbastanza trasversale.

Ma allora perché oggi si è arrivati a questa suddivisione, con persone costrette a spiegare in maniera a volte poco convincente, la loro piroetta per passare dall’altra parte? Un indizio ce l’hanno dato due storici esponenti del centrosinistra: Goffredo Bettini e Nicola Vendola, quando entrambi hanno avuto la serenità di ammettere pubblicamente che la riforma l’avrebbero votata positivamente, ma essendo frutto del governo Meloni, voteranno invece contro.

Ci si potrebbe chiedere: ma davvero a un qualcosa che si ritiene giusto, si deve votare contro solo perché viene dalla parte politica opposta? In linea di massima no, sarebbe abbastanza miope come cosa, ma in questo caso, come scritto nel titolo, la partita è anche più grossa della semplice modifica delle carriere dei magistrati, che già di suo è un evento di portata storica.

Sicuramente ci sono molte persone che in assoluta buonafede e con piena competenza considerano questa riforma inaccettabile, sbagliata, persino pericolosa. Ma il motivo per cui abbiamo assistito a così tanti cambi di opinione, chiamiamoli così, ha poco a che fare con i contenuti della nuova legge costituzionale e molto con questioni di prospettiva. Andando al sodo: una vittoria del Sì al referendum, andrebbe fatalmente a rafforzare la maggioranza, in particolare la figura della presidente del Consiglio Meloni, il cui partito, dopo tre anni e mezzo di governo, nei sondaggi è ancora dato attorno al 30%, nonostante cali il gradimento per il governo: cioè cala il gradimento per il Governo, ma non per il suo leader. Traducendo, una discreta fetta di italiani è disposta a dare un’altra possibilità ad un centrodestra guidato ancora da Meloni. Già ora. Figuriamoci se dovesse vincere il Sì al referendum.

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E qui si pone il problema. Avere uno scenario simile, a poco più di un anno dalle nuove elezioni politiche, espone troppo il centrosinistra ad una nuova sconfitta.

E se quella del 2022 fosse un po’ messa in conto, questa sarebbe eccessivamente pesante da scontare, soprattutto per un motivo: il prossimo Parlamento, sarà quello che eleggerà il nuovo Presidente della Repubblica. E dalla quarta votazione in poi, la maggioranza di governo potrà eleggere da sola chiunque voglia. E questo rischio, dalle parti del centrosinistra, val bene un cambio di opinione, pur su convincimenti radicati nel tempo.

Guglielmo Mastroianni, 17 febbraio 2026

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