
Torino, liceo Einstein. Una mattina qualsiasi, davanti a un istituto che dovrebbe insegnare matematica, letteratura e pensiero critico, va in scena l’ennesimo teatrino dell’Italia ideologizzata. Da una parte i ragazzi di Gioventù Nazionale, l’organizzazione giovanile di Fratelli d’Italia, distribuiscono volantini “contro la cultura maranza”. Dall’altra, un gruppo di studenti dei collettivi di sinistra decide che no, quei volantini non devono circolare. Il risultato? Spintoni, urla, polizia e un sedicenne ammanettato davanti ai compagni.
Il video fa il giro dei social e l’Italia si divide come sempre: da un lato gli indignati per “la violenza delle forze dell’ordine”, dall’altro chi ricorda che resistere a un agente — e magari prenderlo aggredirlo — non è proprio un gesto di libertà. Poi arrivano loro, i genitori indignati. Centoventi firme in calce a una lettera che accusa la scuola di tutto: di silenzio, di passività, di complicità. “Lo studente è stato trattato come un criminale e mentre gruppi politici che si richiamano a ideologie xenofobe e di esclusione vengono lasciati agire liberamente davanti a un edificio scolastico, compromettendo l’ingresso a scuola. Le forze dell’ordine si sono attivate subito in maniera violenta nei confronti degli studenti” la denuncia nella missiva. E ancora: “Nessuno ha provato a mediare, a proteggere ed evitare che una scena così violenta e umiliante si consumasse davanti agli occhi dei ragazzi, lasciati soli […] Rifiutiamo questo silenzio e la mancanza di tutela verso gli studenti. Una scuola che tace smette di essere luogo di formazione e diventa complice dell’ingiustizia. Dovrebbe invece insegnare ai ragazzi a riconoscere ogni forma di sopraffazione e non rivelarsi passiva davanti a chiari abusi di potere”. Non una parola sulla responsabilità dei figli. Non una riflessione sul fatto che impedire un volantinaggio non è un atto di democrazia, ma di censura. E i prof? “Sicuramente gli studenti hanno sbagliato a cercare di impadronirsi dei volantini, ma mettere le manette davanti a scuola è eccessivo” le parole di Matteo Sarni, docente di italiano, riportate dalla Stampa.
È un ribaltamento morale: gli stessi genitori che dovrebbero insegnare ai figli il rispetto delle regole, finiscono per giustificare chi le calpesta in nome di un’ideologia. E magari lo fanno convinti di difendere la “libertà di pensiero”. Ma se la libertà consiste nel tappare la bocca a chi la pensa diversamente, allora chi sta davvero dalla parte dell’intolleranza? Il dirigente scolastico, stretto tra la retorica e la realtà, tenta una via di mezzo: condanna “ogni forma di violenza” e ricorda che la tensione è stata reciproca. Sacrosanto. Ma in Italia, si sa, la reciprocità della colpa non piace: o sei vittima o sei carnefice. E se le manette scattano per un ragazzo di sinistra, ecco che il racconto cambia: l’abuso di potere, la repressione, la scuola fascista.
Eppure — lo dice la Digos, non un blog “delle destre”, come direbbero quei giornalisti che sanno tutto — il ragazzo avrebbe colpito due agenti. E non sarebbe neppure la prima volta: sarebbe già noto per altri episodi durante manifestazioni pro Pal. Ma questo dettaglio, chissà come mai, scompare nei titoli e nei post indignati. Il bello (anzi, il brutto) è che la sinistra studentesca si arrocca nel ruolo di custode della libertà, ma pratica la censura con assoluta determinazione. Decide chi può parlare, chi può volantinare, chi può “stare davanti alla scuola”. È la solita storia del “liberi tutti”, ma solo se la pensi come me.
E la scuola? Diventa il palcoscenico di una battaglia ideologica che con l’educazione non ha nulla a che fare. Gli insegnanti che sospendono le lezioni per “solidarietà”, i collettivi che si preparano a nuove mobilitazioni, i politici locali che si schierano. Tutti pronti a indignarsi, nessuno a educare. In mezzo, un preside che tenta di riportare il buon senso, ricordando che il compito di un istituto non è fomentare scontri ma abbassare i toni. E per questo viene accusato di codardia. Viviamo in un Paese dove la prudenza è scambiata per viltà, la neutralità per complicità e dove le manette diventano simbolo politico a seconda di chi le indossa.
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Ma torniamo ai genitori e ai professori: davvero pensano di fare il bene dei propri figli e dei propri studenti difendendoli da ogni responsabilità? Davvero credono che il mondo si divida tra buoni e cattivi, e che i buoni siano sempre “i nostri”? Questa idea di protezione assoluta, cieca e partigiana, è esattamente ciò che ha diseducato una generazione. Così si cresce con l’illusione che tutto sia permesso, purché si urli per la causa giusta. Ma non c’è nulla di educativo nel giustificare la violenza, tanto meno quando si maschera da militanza.
Anche perch* mica è finita qui. Per protestare contro l’arresto, gli amici del sedicenne hanno manifestato per le strade della città e hanno messo nel mirino la sede locale di FdI. Gli esponenti del partito sono stati costretti a barricarsi all’interno per paura di essere aggrediti. E cos’hanno fatto i manifestanti democratici? Hanno lanciato uova contro la sede e hanno provato a ribaltare un blindato della polizia. Nessun ripensamento, sia chiaro: a evitare il peggio l’intervento degli agenti.
La verità è che la scena di Torino racconta più di mille editoriali sull’Italia di oggi: un Paese in cui ogni gesto, anche un volantino, è una miccia. Dove i ragazzi imparano presto che l’attivismo vale più dello studio, e dove gli adulti — genitori, docenti, istituzioni — si dividono in tifoserie invece di dare l’esempio. Chi ha ragione? Nessuno, probabilmente. La preoccupazione è visibile a occhio nudo: il sistema ha smarrito l’idea di responsabilità. Perché in fondo, la scuola dovrebbe insegnare libertà. Non quella urlata nei cortei o difesa a colpi di hashtag, ma quella vera: il diritto di esprimersi, di dissentire e di ascoltare anche chi non la pensa come te. Tutto il resto è solo teatro. E di pessima qualità.
Franco Lodige, 29 ottobre 2025
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