
È impossibile governare il sentimento di uno stadio da 61mila spettatori. Men che meno in occasione di una cerimonia ufficiale come l’apertura delle Olimpiadi di Milano–Cortina. Ma provare un minimo di vergogna, quello sì. Era facile accadesse, in un Paese che ha visto celebrare migliaia di manifestazioni Pro Pal e un tantino Pro Hamas, e infatti è successo: all’ingresso degli atleti israeliani, il Meazza è esploso in un boato di fischi.
Un errore, come su questo sito ripetiamo da tempo, al pari di aver escluso la Russia o la Bielorussia o qualsiasi altro Stato canaglia dalle competizioni olimpiche, artistiche o sportive in genere. Un sentimento, quei fischi, se non antisemita (dubitiamo che lo siano tutti coloro i quali hanno urlato buu all’indirizzo della bandiera israeliana), di sicuro un tantino razzista. Razzista verso quegli atleti i quali non hanno ordinato alcuna guerra a Gaza, né l’hanno determinata, ma hanno la sola colpa di essere nati nel Paese dei loro avi. Condannarli per questo è un po’ come bollare come mafioso ogni italiano nato dalla Campania in giù.
Passino i fischi a JD Vance, preso di mira quando è stato inquadrato al maxischermo: quelli possono anche essere comprensibili, benché fuori luogo visto il contesto, considerato che il vicepresidente Usa è un esponente politico. Dunque naturalmente votato a prendere decisioni e a pagare lo scotto di non essere apprezzato da tutti. Ma gli atleti, che colpe hanno? Perché fischiarli? Perché addossare loro, innocenti fino a prova contraria, le eventuali colpe di chi li governa? E soprattutto: perché i fischi a Israele sì, mentre la Repubblica Islamica dell’Iran – non proprio guidata da un gruppo di frati francescani – ne è uscita indenne?
Giuseppe De Lorenzo, 7 febbraio 2026
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