
Quello che è accaduto al Polo Piagge dell’Università di Pisa non può essere ridotto a un semplice “incidente” o a una “protesta andata oltre”. È un campanello d’allarme – l’ennesimo – che ci dice quanto il clima nei nostri atenei si stia facendo pericolosamente intollerante e violento, soprattutto nei confronti di chi non si adegua al pensiero dominante della sinistra radicale.
Lunedì mattina, durante una regolare lezione del Prof. Rino Casella, docente di Diritto pubblico comparato, un gruppo di attivisti ha fatto irruzione nell’aula A0, intimando agli studenti di uscire, alzando la voce, gettando a terra l’interfono e i materiali del docente. Si parla perfino di contatti fisici ai danni del professore. Il tutto condito dai soliti slogan urlati come “Free Palestine” e da un’aggressività che nulla ha a che vedere con la libertà di espressione.
Siamo di fronte a una forma di censura violenta, portata avanti in nome di una causa – quella palestinese – che viene usata come pretesto per colpire, zittire, intimidire. In aula non c’erano né armi né propaganda, ma un professore che stava semplicemente facendo il suo lavoro. E questo, evidentemente, basta per finire nel mirino di chi non accetta la libera formazione del pensiero.
Anzi, da quanto ci risulta, il Prof. Casella ha persino cercato di proseguire la lezione, opponendo una ferma resistenza morale a chi voleva imporgli il silenzio. Un gesto che oggi appare quasi rivoluzionario: voler continuare a insegnare.
Il problema è più ampio. Da mesi si registra, soprattutto all’interno delle università, una crescente pressione ideologica esercitata da gruppi che si autoproclamano portatori della verità, ma che non tollerano il confronto. Chi non si allinea, chi fa una domanda “scomoda”, chi rifiuta di piegarsi, diventa automaticamente un nemico.
E non si tratta solo di casi isolati. L’assassinio di Charlie Kirk, attivista politico conservatore americano, ucciso durante un evento alla Utah Valley University mentre parlava davanti agli studenti, è forse la punta di un iceberg alla deriva. Quel gesto, architettato con fredda efficacia – sparato da distanza, in un campus – non è solo un delitto personale, ma una dimostrazione estrema di come l’intolleranza ideologica possa degenerare in violenza fisica, perfino in omicidio.
Se non reagiamo, se non denunciamo, permettiamo che la libertà di insegnamento e di opinione diventino parole vuote. Dichiarazioni che restano sulla carta mentre il pensiero dissidente viene zittito, isolato, perseguitato.
E oggi, purtroppo, a Pisa come altrove, chi la pensa diversamente ha paura. Paura di parlare, di insegnare, di dissentire. È questo il modello educativo che vogliamo?
Serve una presa di posizione netta. La politica, l’università e le istituzioni devono reagire con fermezza. Perché la violenza non può mai essere giustificata, soprattutto quando si traveste da attivismo. Chi oggi impone il silenzio con la forza, domani tenterà di imporre anche la verità.
Noi non ci stiamo. Difendere la libertà di pensiero significa anche avere il coraggio di chiamare le cose con il loro nome. A Pisa, lunedì 16 settembre, si è verificato un episodio di intimidazione politica. E chi lo minimizza ne è, consapevolmente o meno, complice.
Alla mia comunità universitaria, agli studenti e ai docenti dico: non cedete al silenzio. Difendere il diritto di insegnare e apprendere liberamente non è difendere un privilegio, è difendere la civiltà democratica. Perché laddove la violenza scalza il confronto, la libertà muore.
Elena Del Rosso, 16 settembre 2025
*Consigliere comunale di Pisa – Candidata alle regionali per Fratelli d’Italia
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