
Nell’infinito universo delle idee pessime spacciate per progresso sociale e lotta femminista, ecco spuntare l’ultima perla: un’app che permette alle donne di recensire gli uomini. Si chiama “Tea” e sta avendo un enorme successo negli Usa.
L’app funziona proprio come tripadvisor: sei una donna, hai frequentato un tizio e non è andata bene? Nessun problema, vai sull’app, carichi la sua foto, aggiungi nome e cognome, lasci una bella recensione di una stella e scrivi tutto ciò che ti pare. La cosa agghiacciante? Non può esistere un contraddittorio, visto che l’app è destinata alle sole donne.
Così nasce sostanzialmente un tribunale online dove milioni di uomini possono essere accusati delle peggiori malefatte senza potersi difendere. Ovviamente, la paraculata è servita: l’app è venduta, anche da giornali e social media (vergogna, vergogna, vergogna!) come strumento per “tutelare le donne”. Perché si sa: nel mirabolante mondo dell’ideologia femminista, le donne sono creature da proteggere e gli uomini esseri famelici e spietati che vengono scelti se proprio proprio non c’è un orso nelle vicinanze. Pertanto esiste ed è legittimo il diritto di poterli schedare, recensire, attaccare in uno spazio dove non possono difendersi.
Il concetto di fondo è brillante nella sua tossicità e pericolosità: rendere virale il risentimento, legittimare pubblicamente il pettegolezzo e farlo passare per attivismo, per aiuto verso le compagne in modo tale da non farle incappare nel mostro. L’ex ti ha spezzato il cuore? Non affrontare il trauma, non elaborare, non crescere. Lascia una recensione negativa, rovina la vita al tuo vecchio compagno e starai meglio!
E se proponessimo la stessa app al contrario, per recensire le donne? Ecco: lì sicuramente sì che si griderebbe al patriarcato, alla violenza, al quanto sia inaccettabile e disumano catalogare in maniera becera le persone, esponendole alla gogna mediatica e al pubblico ludibrio. Per gli uomini, no: si può lasciare una recensione per la performance sotto le lenzuola (immaginate le accuse di oggettificazione del corpo femminile a parti invertite, roba che le femministe avrebbero fermato il Paese!); o peggio, si può lasciare intendere che l’ex partner fosse ad esempio un violento, senza rischiare di incorrere in una querela o simili, visto che l’accesso agli uomini è totalmente vietato.
Insomma, l’app ci insegna che sui maschi può dire peste e corna senza che nessuno si offenda, senza che nessuno sollevi un problema di disequilibrio, di accanimento, di ingiustizia. Due pesi e due misure, accompagnate da un algoritmo vendicativo.
In Europa l’app non è ancora sbarcata e difficilmente arriverà (viste le norme relative alla tutela della privacy Ue), eppure i commenti sui social sostanzialmente sono polarizzati su due posizioni: la prima (che conta anche tante donne, viva Dio) condanna fortemente uno strumento che può rivelarsi atroce per chi viene preso di mira, la seconda invece vede una schiera di arzille donzelle che chiede a gran voce l’arrivo dell’app anche nel nostro continente, così da poter sentirsi più al sicuro quando escono con un uomo.
Vuoi mettere prendere un caffè con un giovanotto e conoscerlo quando puoi leggere il feedback che qualcuna (magari una squinternata) ha lasciato su di lui? Se non fosse tragico, sarebbe comico.
Alessandro Bonelli, 3 agosto 2025
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