
C’è qualcosa di profondamente surreale nella vicenda dell’algerino che lo Stato italiano dovrà risarcire con 700 euro. Settecento euro. Non per un errore giudiziario clamoroso, non per una detenzione ingiusta durata anni, non per una persecuzione arbitraria. Ma per un vizio procedurale nel trasferimento verso il centro di Gjader, in Albania. E il protagonista non è un cittadino modello finito per sbaglio nei meccanismi della burocrazia. È Laaleg Redouane, classe 1970, irregolare in Italia da trent’anni, con una collezione di precedenti che farebbe impallidire molti criminali di professione.
Redouane entra illegalmente in Italia intorno al 1995 dalla frontiera di Ventimiglia. Da allora, secondo gli atti, riporta Panorama, fornisce tredici diverse generalità. Tredici. Non risulta mai titolare di un permesso di soggiorno, mai iscritto all’anagrafe, mai stabilmente inserito in un percorso regolare. In compenso, accumula almeno 23 sentenze di condanna tra il 1999 e il 2023, con reati che vanno dal furto aggravato allo spaccio di droga, dalla rapina alle lesioni personali. Undici detenzioni in carcere. Espulsioni mai eseguite. Un curriculum che parla da solo.
Una data più di altre racconta il personaggio. Il 21 settembre 2015, a Genova, aggredisce una donna italiana colpendola con calci e pugni alla testa e agli arti superiori. Trauma cranico, trauma oculare, oltre venti giorni di prognosi. Per quell’episodio, commesso in recidiva, nel 2018 arriva una condanna a nove mesi di reclusione. Non è un inciampo occasionale: è un tassello dentro una lunga sequenza di reati contro la persona e il patrimonio, soprattutto in Liguria. Nel frattempo, la sua vita familiare finisce sotto la lente dei tribunali minorili: perde la potestà genitoriale, i figli vengono affidati ai nonni. Non esattamente il profilo di un soggetto che ha avuto solo “problemi amministrativi”. È un uomo che da trent’anni vive ai margini della legalità, quando non apertamente contro di essa.
Eppure oggi il dibattito pubblico si concentra sui 700 euro che il ministero dell’Interno dovrà versargli dopo la sentenza del Tribunale civile di Roma. Il giudice Corrado Bile non ha dichiarato illegittimo il centro di Gjader, né ha demolito l’impianto normativo che consente i trasferimenti in Albania. Non c’è alcuna bocciatura del cosiddetto “modello Albania”. Anzi, la sentenza riconosce che Redouane era legittimamente trattenuto ai sensi dell’articolo 14 del Testo unico sull’immigrazione. Il punto è un altro: secondo il Tribunale, il trasferimento sarebbe avvenuto senza un provvedimento scritto e motivato, con una comunicazione non corretta sulla destinazione finale. Un vizio formale, insomma. Una “condotta colposa” dell’amministrazione sotto il profilo della correttezza procedurale. Nessuna violenza accertata, nessuna illegittimità del trattenimento in sé. Le fascette? Potenzialmente giustificate da esigenze di sicurezza. I contatti limitati? Non automaticamente illegittimi. Il diritto di difesa? Non compresso in modo effettivo. E allora il risarcimento nasce lì, su un piano strettamente formale. L’idea – giuridicamente ineccepibile, per carità – che anche quando lo Stato esercita un potere legittimo debba farlo rispettando tutte le forme e le garanzie previste. Se sbaglia la procedura, paga. Punto.
Ma qui si innesta il paradosso politico e culturale. Perché la sentenza, pur legittima sul piano tecnico, sembra sospesa nel vuoto rispetto alla biografia del ricorrente. Trent’anni di irregolarità. Ventitre condanne. Espulsioni reiterate e mai eseguite. Undici carcerazioni. Un’aggressione brutale con trauma cranico. E alla fine il focus diventa il modulo non compilato correttamente, la comunicazione non formalizzata come avrebbe dovuto. Il messaggio che passa all’opinione pubblica è devastante: se sei uno straniero irregolare con una carriera criminale alle spalle, puoi comunque ottenere un risarcimento dallo Stato per un errore procedurale. Non importa il contesto, non importa la recidiva, non importa la pericolosità sociale. Conta la forma. E la forma, se sbagliata, si paga.
Certo, in uno Stato di diritto le garanzie valgono per tutti. Anche per Redouane. Soprattutto per Redouane. È questo il fondamento della civiltà giuridica occidentale. Ma la politica non può ignorare la distanza siderale tra la percezione dei cittadini e il formalismo delle aule giudiziarie. Perché mentre lo Stato fatica a eseguire un’espulsione per trent’anni, riesce invece a trovare 700 euro per risarcire l’espulso.
Non è la cifra in sé a fare scandalo. È il simbolo. È l’idea che l’unico soggetto che non paga mai davvero sia chi viola sistematicamente le regole, mentre l’apparato pubblico risponde, giustamente, di ogni minima irregolarità. Il risultato è un cortocircuito: lo Stato forte con i contribuenti, debolissimo con chi lo sfida per decenni.
Franco Lodige, 16 febbraio 2026
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