Chiesa

L’altolà di Prevost ai migranti: quel discorso del Papa (che nessuno ha citato)

Nel silenzio dei media, Leone XIV in Camerun ha rispolverato il concetto già espresso da Ratzinger (e ignorato da Bergoglio): "Dovete servire il vostro Paese"

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Negli scorsi giorni Papa Leone XIV ha fatto tappa in Camerun, una delle mete del suo viaggio apostolico in Africa, insieme ad Algeria, Angola e Guinea. All’Università Cattolica di Yaoundé, il Pontefice ha affermato con chiarezza un concetto molto importante, già citato in passato dai suoi predecessori ma poi caduto in disuso durante l’era Bergoglio, ovvero il diritto a non emigrare:

“Di fronte alla comprensibile tendenza migratoria, che può indurre a credere che altrove si possa trovare facilmente un futuro migliore, vi invito anzitutto a rispondere con un ardente desiderio di servire il vostro Paese e di volgere a beneficio dei vostri concittadini le conoscenze che state acquisendo qui”. Prevost ha poi aggiunto: “Servire il proprio Paese significa dedicarsi con mente lucida e coscienza integra al bene comune di tutto il popolo: della maggioranza, delle minoranze e della loro reciproca armonia”. Con queste parole, Papa Leone XIV ha riportato al centro del discorso ecclesiale un principio fondamentale sui fenomeni migratori: l’importanza di servire la propria terra e di non arrendersi alla narrazione odierna secondo cui l’“altrove” rappresenterebbe l’unica via di salvezza e realizzazione personale. Un invito realista e radicato nella dottrina della Chiesa, che storicamente (fatta eccezione degli ultimi anni pre-Prevost) invita i giovani africani a investire energie, talenti e formazione nella costruzione del futuro nella propria patria anziché contribuire a un’emorragia di capitale umano che impoverisce i Paesi di origine e spesso anche quelli di arrivo.

L’approccio di Prevost riprende dunque in modo evidente la linea di due grandi predecessori. Papa Giovanni Paolo II aveva più volte sottolineato che “il diritto primario dell’uomo è di vivere nella propria patria”. Allo stesso modo, Papa Benedetto XVI aveva ribadito con forza che “prima ancora che il diritto a emigrare, va riaffermato il diritto a non emigrare, cioè a essere in condizione di rimanere nella propria terra”. Entrambi i Pontefici, certamente pur riconoscendo il diritto di chi fugge da guerre o persecuzioni a essere accolto, avevano posto l’accento sulla responsabilità di creare condizioni di dignità e sviluppo nei Paesi di partenza, evitando migrazioni forzate o economicamente indotte che svuotano intere comunità. Una visione che è integralmente in collisione con l’idea socialista, purtroppo di recente diffusasi anche tra le alte sfere della chiesa, dell’accoglienza sfrenata.

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Certamente però la linea ripresa da Leone segna una differenza evidente rispetto al pontificato di Papa Francesco. Bergoglio aveva spostato l’attenzione principalmente su accoglienza e integrazione e su una narrazione che presentava spesso la migrazione come fenomeno inevitabile e comunque unicamente positivo, sempre accompagnando le sue idee a una critica marcata alle politiche restrittive dei governi occidentali.

Lo si ricorda bene: l’enfasi di Papa Francesco era tutta posta sull’accoglienza incondizionata e sulla misericordia verso chi arriva, con minore risalto alla responsabilità primaria di ogni popolo di costruire il proprio futuro in patria e di contrastare le cause profonde che spingono all’esodo. E così il concetto conservatore e identitario di servire il proprio Paese come dovere prioritario, caro a Wojtyla e Ratzinger, si era in gran parte affievolito, a favore della globalizzazione.

E invece Papa Leone XIV, con il suo richiamo in Camerun, recupera quella visione equilibrata e realista: la carità verso il migrante non esclude, anzi esige, la promozione di condizioni che rendano desiderabile restare e contribuire al bene comune della propria nazione. Un messaggio che suona più conservatore di quanto molti si aspettassero da parte del Papa statunitense, e che per molti fedeli potrebbe rappresentare un felice ritorno alla tradizione della Chiesa. Senza sì rinunciare alla compassione, ma ancorandola al realismo e smettendo di vincolarla alla promozione di un’integrazione forzata e talvolta impossibile.

Alessandro Bonelli, 20 aprile 2026

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