Doveva essere una serata da sogno, una celebrazione memorabile per il giovanissimo calciatore del Barcellona, Lamine Yamal, che ha già conquistato i riflettori del calcio mondiale. E invece la festa esclusiva tenutasi lo scorso fine settimana in una villa di lusso a Olivella, nei pressi di Barcellona, si è trasformata in un caso internazionale, al centro di polemiche e indagini. Tutto era stato organizzato nei minimi dettagli: una location spettacolare, più di 200 invitati tra influencer, calciatori e artisti famosi e misure di sicurezza rigorose, con il divieto assoluto di usare i cellulari per preservare la riservatezza dell’evento.
Ma a far discutere non è stato lo sfarzo e il tema della serata degni di un baby shower partenopeo, bensì una scelta precisa fatta per l’intrattenimento: l’ingaggio di alcune persone con nanismo come “animatori”. A denunciare il fatto è stata l’associazione ADEE, che rappresenta persone con acondroplasia e altre displasie scheletriche. Secondo l’associazione, l’utilizzo di persone con nanismo in questo contesto alimenta gli stereotipi e ha avuto un intento umiliante, discriminatorio. Le immagini e le testimonianze emerse hanno spinto addirittura il Ministero dei Diritti Sociali a intervenire: ora la Procura verificherà se la festa di Yamal abbia violato la legge sulla protezione dei diritti delle persone con disabilità. Se verranno accertate responsabilità, le sanzioni potrebbero arrivare fino a un milione di euro.
Tralasciando l’evidente mancanza di buon gusto del campioncino spagnolo, sfuggono le motivazioni dei sermoni politicamente corretti che stanno emergendo in queste ore: se alcune persone affette da nanismo lavorano in agenzie di intrattenimento e sono pertanto regolarmente retribuite, risulta complesso comprendere dove si stia sostanziando lo scandalo o addirittura l’illecito. Le persone affette da nanismo ingaggiate da Yamal conducono un lavoro a tutti gli effetti, essendo dei performer. Pertanto non pare esserci stata alcuna forzatura né costrizione nell’operato del tesserato blaugrana, che ha semplicemente ingaggiato degli artisti. Un problema non problema che non stereotipizza nessuno, un attacco inutile verso un normalissimo impiego.
E anche la levata di scudi delle associazioni tende ad essere controproducente: nel tentativo di professare l’inclusione, si rischia di escludere dal mondo lavorativo alcuni individui che scelgono volontariamente di essere dei performer. La vicenda richiama alla mente il caso del recente film Biancaneve della Disney nel quale i sette nani, onde evitare la stereotipizzazione, non sono stati interpretati da attori veri ma sono stati sostituiti dall’intelligenza artificiale. Ergo, sette attori con nanismo sono rimasti a casa. Bella inclusione!
In tanti sostengono poi che Yamal sbaglia poiché propone comportamenti che possono costituire un cattivo esempio per i giovani. Condannare un calciatore diciottenne solo perché non incarna un modello ideale è un errore: nessuno dovrebbe essere caricato del peso di dover rappresentare ciò che altri si aspettano. È invece fondamentale educare i ragazzi al pensiero critico, affinché imparino a formare opinioni autonome, senza cadere nell’emulazione cieca di chi è sotto i riflettori. Ma questo è certamente più difficile.
In ultima istanza il cattivo gusto, l’essere kitsch, le torte decorate da pistole di pasta di zucchero, l’utilizzo di performer nani, non configurano alcun illecito. Nella sfera privata i personaggi pubblici hanno tutto il diritto di condurre la vita che preferiscono, senza necessariamente essere dei cavalieri senza macchia. È l’opinione pubblica che eleva a modelli di vita individui che non lo sono e che dovrebbero essere giudicati esclusivamente per il loro lavoro. E Yamal (per ora) è un ottimo calciatore e non ha mai preteso di voler diventare un esempio per i giovani, pertanto non è necessario che lo sia. Non c’è altro.
Alessandro Bonelli, 15 luglio 2025
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