
Fa bene Israele ad occupare militarmente Gaza per poi consegnarla a una non ben precisata forza araba? Fa bene Netanyahu ad ignorare gli appelli dell’Europa e di mezzo mondo, andando contro anche il volere dell’Idf, per stanare le forze residue di Hamas sfollando milioni di gazawi? Da giorni si discute della decisione di Tel Aviv di intensificare lo sforzo militare sulla Striscia dopo la pubblicazione dei video degli ostaggi ridotti pelle ed ossa e la convinzione, ormai radicata tra gli esponenti del governo israeliano, che i terroristi palestinesi non abbiano alcuna intenzione reale di trattare una tregua e il rilascio dei prigionieri.
“Quale sarebbe il dramma?”, dice Shlomo (Momo) Filber, analista politico, Direttore della Ricerca di Direct Polls ed ex Capo di Gabinetto del premier israeliano. “Negli ultimi due anni, ci sono state decisioni più drammatiche della decisione di inviare soldati al fronte o di rischiare la vita degli ostaggi: le decisioni di bombardare l’Iran o attaccare Hezbollah, o di iniziare le manovre a Gaza dopo il 7 ottobre sono state molto più pericolose”.
Secondo Filber “per decenni, i generali hanno imparato a memoria che ogni manovra militare deve portare a un orizzonte e a un risultato politico, ed è così che si misura il suo successo”. Nell’Idf, soprattutto ad alti livelli, vi sarebbe insomma radicata “l’idea fondamentale di tutti questi istituti era che il conflitto israelo-palestinese dovesse concludersi con un accordo e un compromesso, e nel corso dei decenni sono stati redatti centinaia di piani e proposte, e sono stati firmati anche diversi accordi internazionali con questo spirito”. Piano sin qui fallito per diversi motivi e che la decisione di Netanyahu potrebbe definitivamente mettere in soffitta, lasciando spazio ad una strategia “alternativa per l’occupazione di Gaza, anch’essa con il sostegno americano, diversa e opposta a tutti i modelli che ci sono stati presentati nel corso dei decenni”.
Su cosa si basa, allora, la mossa del premier israeliano? Secondo l’analista, è ormai chiaro che “la soluzione dei due stati è fallita ed è fuori dall’agenda“, tanto che anche “gli europei hanno fatto un po’ di rumore per solidarietà e sono scomparsi”. Dunque “Hamas, che rappresenta la maggioranza della popolazione di Gaza e una parte significativa degli arabi di Giudea e Samaria, verrà eliminata come organo di governo e militare”. E una volta terminata l’operazione, “Gaza non sarà più un territorio palestinese“, ma verrà gestita dagli Stati Uniti visto che Trump sembra essere l’unico davvero interessato nell’ottica del nuovo ordine mondiale, economico e politico, che intende costruire anche in Medio Oriente.
Filber è convinto insomma che gli Stati Uniti “sosterranno la smilitarizzazione della regione, rimuovendo armi e combattenti”, mentre i “residenti senza fissa dimora che desiderano emigrare riceveranno aiuti americani e saranno indirizzati verso i paesi di destinazione. Chi rimarrà sarà integrato nella visione di sviluppo economico degli Stati Uniti”.
L’avversione di tanti ex generali e dei partiti di opposizione israeliani, convinti che “il piano di Trump non esiste” e che “stiamo marciando verso un pantano del terrore”, sarebbe invece ingiustificata.
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