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L’Assedio banal-chic della Bignardi

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Più che un Assedio la nuova trasmissione di Daria Bignardi è un obbligo morale di quei radical chic che si sono stancati del buonismo di Fabio Fazio. La Bignardi tiene sempre la scena, sia chiaro, ma il suo format è ancora peggio de Le invasioni barbariche: una serie di criptò-markette ai propri libri: si porta avanti per i suoi stucchevoli romanzi citando come “grandi scrittrici” gente come Elena Stancanelli e Chiara Valerio che, guarda caso oltre che “grandissime scrittrici” stanno alla deontologia professionale come la Bignardi sta alla bontà. Recensiscono sempre libri Einaudi scrivendo per Einaudi. Basti questo per la loro credibilità.

Tornando al programma D’aria Bignardi c’è sempre la scrivania cattedra: da una parte gli ospiti, paladini del buonismo di sinistra, dall’altra lei. Solite interviste, soliti protagonisti ai margini tra il mainstream della bontà, la portavoce della Sea Watch, a Beppe Sala, un Signore, distinto, nobile d’animo, forse preda sempre di un romanticismo da Navigli scoperti.

Daria Bignardi impone il suo essere la Maria Teresa di Calcutta della intellighenzia, ma la sua prosopopea del suo buonismo da cartolina non convince più neanche il più ingenuo degli ascoltatori. Un programma trash, talmente finto da far risultare Barbara D’Urso una giornalista di inchiesta. Vorrebbe essere la Milena Gabanelli per poi perdersi nel vaudeville della solita interventista Luciana Lettizzetto.

Più che un assedio un cavallo di Troia che la Bignardi vorrebbe portare nelle nostre case, ma è troppo scafata, accomodante, cerimoniosa da non aver saputo rinnovarsi. L’unica cosa positiva è che speriamo che il suo “impegno” televisivo la tenga lontano dai suoi romanzi.

Gian Paolo Serino, 17 ottobre 2019