Qui al bar ci siamo convinti che una difesa europea, o almeno nuovi investimenti nel settore militare a livello degli Stati nazionali, siano strettamente necessari. Per due motivi: primo, perché gli Usa non hanno più intenzione di farsi carico al 100% della nostra protezione e, questo, indipendentemente da Donald Trump, che si limita a dircelo in faccia con gli abituali modi brutali; secondo, perché le minacce, in questa fase di instabilità, si vanno moltiplicando. Ed è bene farsi trovare pronti, per evitare di continuare a scontare la tragicomica irrilevanza che l’Ue ha mostrato pure in occasione della guerra in Iran.
Però, qui al bar, siamo anche abbastanza scafati e malfidati da sospettare che, dietro le profferte di chi si fa avanti per tutelarci dalle insidie globali, si nascondano ambizioni di controllo. Emmanuel Macron, ieri, pontificando davanti a un sottomarino del quale ha vantato il potenziale esplosivo superiore alla somma degli ordigni sganciati durante il secondo conflitto mondiale (quando si dice la grandeur), ha annunciato che la Francia aumenterà il proprio arsenale nucleare – con quali soldi, visto che i conti pubblici sono al collasso?
Monsieur le président aveva già proposto di condividere con gli alleati europei il suo ombrello nucleare, precisando però che l’ultima parola sul suo utilizzo sarebbe spettata sempre all’Eliseo. Dopodiché, Friedrich Merz ha annunciato che Francia e Germania creeranno una specie di comitato intergovernativo che si occuperà di deterrenza atomica. Noi ci chiediamo solo se affidarci alle superbombe francesi anziché a quelle americane rappresenti un guadagno: con gli Usa non c’è partita e non c’è competizione; Parigi, invece, è concorrente diretta. Specie in assenza di copertura statunitense, potrebbe un giorno rivendicare il suo ruolo per imporre decisioni politiche ai partner finiti sotto la sua egida. Insomma, non è il massimo sapere che piove e che l’unico che ha l’ombrello può minacciarti di togliertelo se non vai dove dice lui. Noi saremo gente che pensa male, eh. Ma mica ci fidiamo tanto del docteur Stranamour…
Il Barista, 3 marzo 2026
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