“Sono stato io a organizzare l’attentato. L’ho fatto per il bene di Ranucci. Correva dei pericoli di cui lui non era a conoscenza. La scorta, in questo modo, è stata rafforzata”. È il passaggio centrale delle dichiarazioni rese da Valter Lavitola, difeso dall’avvocato Sergio Cola, nel corso delle cinque ore di interrogatorio di garanzia davanti al gip.
Lavitola si trova da due giorni nel carcere romano di Rebibbia. A differenza di quanto accaduto ai primi di luglio, quando aveva scelto di avvalersi della facoltà di non rispondere, questa volta ha deciso di parlare e di ammettere i fatti contestati dal pm Edoardo De Santis. “Ha confermato l’ipotesi accusatoria della Procura della Repubblica, ammettendo di essere stato il mandante dell’attentato, e dice di averlo fatto per tutelare l’incolumità di Ranucci, che era oggetto di parecchi pericolosi tentativi di aggressione, e fargli innalzare la scorta”, ha affermato Cola. Lavitola “ha riferito anche le ragioni per cui si è spinto a compiere questo atto indubbiamente delittuoso: lo ha fatto per il bene di Ranucci, perché era oggetto di attentati, e non so dire quale sia la fonte, per cui la sua azione ha determinato un rafforzamento della protezione, infatti si è passati da due uomini a otto uomini di scorta”. Insomma: secondo il legale, il faccendiere non avrebbe agito per motivi “politici” anche se “di fatto l’attentato non per volontà di Lavitola ha aumentato la popolarità di Ranucci”.
Alla domanda dei giornalisti, presenti davanti al carcere romano di Rebibbia, dove per oltre 5 ore Valter Lavitola ha risposto alle domande del pm e del gip, sull’eventuale consapevolezza di Ranucci di quanto Lavitola stava per fare, l’avvocato difensore Sergio Cola ha affermato: “Non commento questo aspetto, non posso rispondere”.
Il legale è convinto che adesso Lavitola possa aspirare ai domiciliari. “Però io avvocato non do mai niente per certo, solo quando vedo il provvedimento. Sicuramente – ha aggiunto – non poteva essere una strage, tanto è vero che è stata esclusa l’imputazione, ma questo è in diritto proprio, è pacifico. La strage ha determinate caratteristiche a livello di esecuzione, tant’è che molto opportunamente sia il PM sia il GIP hanno escluso l’ipotesi accusatoria, che non esiste”.
Intanto resta latitante Gomes Tavares, il factotum di Lavitola che Ranucci conosceva e di cui apprezzava – si evince dalle intercettazioni – anche le capacità. Secondo la Procura, sarebbe lui l’intermediario tra la banda che ha poi materialmente piazzato l’ordigno (già in carcere) e il faccendiere. L’uomo è in Africa e i pm potrebbero chiederne l’estradizione. Lui, dal canto suo, in varie interviste si è detto pronto a tornare, ma non subito.
Fa discutere invece il post pubblicato da Ranucci poco prima della diffusione delle notizie sull’interrogatorio di Lavitola. “Ho imparato, seguendo per anni il filo che lega Aldo Moro a Piersanti Mattarella, e Piersanti Mattarella a Giovanni Falcone e Paolo Borsellino, che la storia italiana non uccide mai i suoi uomini migliori per debolezza: li uccide per eccesso di chiarezza”, ha scritto Sigfrido. “Muoiono tutti nello stesso modo, non tanto per la pallottola o per il tritolo, quanto per aver visto un attimo prima degli altri il disegno di cui erano parte, e per aver tentato, con l’ingenuità di chi crede ancora nella verità come in un bene comune, di raccontarlo a voce alta”. Un punto, dice Marco Taradash, di non ritorno.
Si attende anche la decisione del Comitato Etico della Rai, che si è riunito per decidere il da farsi su Report. La relazione potrebbe essere trasmessa oggi all’amministratore delegato, che poi dovrà fare le proprie valutazioni. È possibile una sostituzione di Ranucci oppure c’è anche l’ipotesi che la trasmissione riprenda senza conduttore, ma solo con i servizi giornalistici (già assegnati).
Articolo in aggiornamento
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