Le manovre di Prodi per fare le scarpe alla Schlein

Il Professore benedice chi costruisce fuori dal Nazareno. E sulla segretaria dem...

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Nel mondo Pd c’è sempre stata questa convinzione quasi mistica: che senza il partito, la sinistra non possa esistere. Come se il Nazareno fosse un santuario, e chi ne esce, un eretico destinato a sparire. Ma Romano Prodi, che quel tempio l’ha costruito con le sue mani, oggi sembra pensarla diversamente. Per lui, la vera salvezza non è più dentro le mura del partito, ma fuori. Perché dentro, dice, l’aria è irrespirabile e la macchina è ferma da anni. In altri termini: anche il Professore ha scaricato Elly Schlein.

Prodi ha smesso di credere nel “Pd riformabile”. È convinto che il partito abbia imboccato la strada della sinistra ideologica, tutta bandiere e parole d’ordine, incapace di parlare al mondo produttivo, al ceto medio, ai cattolici. In sostanza, un partito che ha smesso di rappresentare il Paese reale. E lo ha detto con la pacata fermezza che gli è propria, ma con una chiarezza che brucia. A “Otto e mezzo” aveva già sganciato la bomba: “La destra perde solo se c’è un’alternativa di governo con programmi ed obiettivi precisi. Per ora l’alternativa è scarsa, non ha la forza e la visione futura per dire di essere pronti a governare”. Parole che nel Pd sono risuonate come una sentenza. Poi ha aggiunto, gelando la narrativa militante della segretaria: “Non esiste un problema di alternativa al sistema democratico”. Come dire: basta con la favola dell’Italia a rischio regime. Il problema non è la democrazia, ma la pochezza di chi pretende di salvarla.

Tra Prodi e la Schlein non è mai nato un vero rapporto. Lei ascolta poco, non chiede consigli, preferisce parlare al microfono più che ai saggi del partito. Lui, all’inizio, ha provato ad avvicinarla con la gentilezza di un padre politico. Ma ha capito presto che non c’era spazio per il dialogo. I suoi avvertimenti – sempre più preoccupati, sempre più espliciti – sono caduti nel vuoto. Così, oggi, si è convinto che il Pd abbia scelto la via della testimonianza, rinunciando all’ambizione di essere un partito nazionale. Da qui, l’idea che serve qualcosa di nuovo, fuori. Un soggetto riformista, serio, di centro, che parli a chi lavora e produce. Non è nostalgia, ma lucidità: l’Ulivo, la Margherita, quelle esperienze avevano un’anima popolare e pragmatica che oggi nel Pd non c’è più. Quando a Milano si sono incontrati i riformisti dem, Prodi non si è fatto vedere ma ha mandato un segnale inequivocabile attraverso la sua fedelissima, Sandra Zampa. Un modo elegante per dire: andate avanti, ma non aspettatemi dentro quel partito.

E infatti, da mesi, il Professore guarda con interesse a chi prova a costruire altrove. A gennaio era a Milano, all’evento dei cattolici democratici di Delrio. Tiene i contatti con Ernesto Ruffini, che lavora per unire il mondo cattolico attraverso i comitati Più Uno. Non è una fuga, ma una diagnosi: il Pd non è più in grado di essere casa per i riformisti. E intanto, Schlein perde consensi anche tra chi la sosteneva con convinzione. Le sue parole entusiasmano i militanti ma svuotano i circoli, allontanano moderati, amministratori e vecchi dirigenti. Dentro il Pd, la linea ufficiale è il silenzio. Nessuno vuole commentare Prodi, per non dargli troppo peso. Ma nelle retrovie si ammette che ha colto nel segno. Lo dicono sottovoce: la segretaria non unisce, non ascolta, non convince. E il partito, dopo un anno e mezzo di leadership “nuova”, è più stanco e diviso che mai. La macchina si è inceppata, la spinta ideale è finita, e la sinistra riformista è ridotta a minoranza interna.

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Prodi, invece, continua a ragionare da statista. Ospite di Nove, ha rilanciato: “È opportuno il dibattito che si è avviato dopo l’iniziativa di Milano. Ora si passi ai fatti con una proposta alternativa e di governo. La leadership si conquista dicendo ai cittadini “voglio fare questo, questo e questo” e bisogna avere un ampio spettro di interessi”. Poi ha ricordato la “Fabbrica del programma”: “Erano decine di migliaia di persone che sono state chiamate. La democrazia vuol dire popolo”. E, quando gli hanno chiesto se volesse mettere in discussione la Schlein, ha risposto con il suo classico sorriso ironico: “Lasciamo stare queste cose…”.

Quel sorriso, in realtà, dice tutto. Il Professore non vuole spaccare il partito, ma neanche farsi illusioni. Per lui, il Pd ha esaurito la sua funzione storica. È un’auto che continua ad accendere i fari, ma ha finito la benzina. E Schlein, al volante, non sembra accorgersene. Il risultato è sotto gli occhi di tutti: un partito alla canna del gas, un leader che parla solo ai suoi, e un fondatore che si è già tirato indietro. Il Pd voleva rinnovarsi, ma si è auto-relegato nella nicchia dell’ideologia. E mentre Meloni governa indisturbata, Schlein resta sola nel suo salotto progressista, a raccontare un Paese che non la ascolta più. In altri termini: il Pd è alla canna del gas e Prodi lo ha certificato.

Franco Lodige, 30 ottobre 2025

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