
In Danimarca sta per sparire una statua che da anni divide l’opinione pubblica: la “Big Mermaid” di Peter Bech, una sirena alta sei metri e dal seno decisamente prosperoso. Installata inizialmente vicino alla celebre Sirenetta di Copenaghen, fu spostata nel 2018 proprio a causa delle critiche per la sua fisicità esuberante. Ora il Comune ha deciso di rimuoverla del tutto, accusandola di essere “pornografica”, “offensiva per le donne” e promotrice di un ideale corporeo “irrealistico”. E così il verdetto culturale: via dalla città.
C’è un’idea che circola sempre più spesso: l’arte, per esistere, deve passare il test severo della sensibilità contemporanea. E questo caso ne è l’ennesima prova. Stiamo parlando di un blocco di pietra. Non respira, non parla, non fa catcalling alle passanti. Eppure, pare che la sua sola presenza nello spazio pubblico sia un atto di aggressione culturale. Qui entra in gioco la famigerata ma sempreverde retorica del “body shaming”: la statua offenderebbe perché mostrerebbe un seno troppo grande, suggerendo un canone estetico irraggiungibile. Ma il paradosso è evidente: per proteggere le donne da un modello irrealistico, stiamo censurando un corpo femminile che nemmeno esiste.
Il “corpo” in questione non ha DNA, metabolismo, cellulite. È una metafora scolpita, un simbolo di abbondanza irrealistica, non una influencer da milioni di follower.
Se accettiamo questa logica, dovremmo buttare giù mezza storia dell’arte. Chiaramente senza parallelismi blasfemi tra grandi opere storiche e questa statua sicuramente più profana, si può dire che anche il David con la sua muscolatura perfetta potrebbe non far sentire a proprio agio l’uomo cis con la panzetta da birra… Ma per fortuna è (quasi) universalmente riconosciuto che ogni rappresentazione artistica, per definizione, sia idealizzazione, non certo competizione.
E allora? Allora siamo davanti a una rimozione per ragioni che non hanno nulla a che fare con la pornografia (prova ne è che le denunce fatte alla polizia per oscenità non si sono sostanziate in nulla) e tutto a che fare con il solito timore di urtare la suscettibilità di qualcuno. È la cultura del “togliamolo, non si sa mai”, che sterilizza ogni espressione visiva per paura del dibattito. Così si ottiene uno spazio pubblico dove tutto è neutro, insipido, innocuo. In altre parole: morto.
Il cinismo è inevitabile. Perché se il problema è che “quel seno” offende, allora stiamo dicendo che basta un blocco di pietra scolpito per destabilizzare la percezione di sé di un essere umano adulto. È un’ammissione implicita di fragilità estrema della nostra società. Se ti ferisce una tetta di pietra stai davvero poco bene, dai.
E non è colpa della statua se qualcuno confonde un’opera d’arte con un manifesto pubblicitario.
Rimuovere una scultura per “proteggere” le persone è il sintomo di una cultura che non distingue più tra realtà e simbolo. In fondo, un seno di granito non può ferire nessuno. Può solo far divertire, irritare, ispirare, far scattare qualche foto a chi è rimasto deluso da quanto sia minuta la “vera” sirenetta di Copenaghen.
Come sempre tutto dipende da chi guarda. E il problema non è nella statua. È nello sguardo e nel vittimismo di una società che si prende troppo sul serio. Quindi addio venere di pietra, con te se ne parte la primavera.
Alessandro Bonelli, 10 agosto 2025
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