
Papa Leone XIV ha deciso di ristabilire la residenza papale estiva a Castel Gandolfo, la villa pontificia precedentemente abbandonata da Papa Francesco. Una scelta giusta: l’umiltà individuale non può essere anteposta alla dignità e all’austerità del ministero petrino.
Cercando di comunicare una Chiesa sempre vicina agli ultimi, Papa Bergoglio aveva scelto di non risiedere né al Palazzo Apostolico, la storica residenza papale, né a Castel Gandolfo, preferendo la più modesta Casa Santa Marta. Tuttavia, benché questa decisione rappresentasse un grande esempio di virtù personale, poteva lasciar trasparire anche un indebolimento simbolico della figura papale come istituzione di guida spirituale e di rappresentanza mondiale.
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Difatti, Papa Prevost, sin dall’habemus papam, ha mostrato una visione diversa rispetto a quella del suo predecessore. Affacciandosi ai fedeli con la mozzetta rossa e la stola d’oro, aveva già evidenziato la volontà di tornare alla solennità papale. Scelta che si è palesata anche con la scelta di spostare la propria residenza al Palazzo Apostolico. E anche con la scelta, di questi giorni, di tornare a Castel Gandolfo, Leone XIV non rinnega lo spirito di servizio evangelico, ma riafferma che l’umiltà non deve necessariamente tradursi nel rifiuto della tradizione, né nell’auto-svilimento della carica che ricopre. La scelta di riaprire la residenza papale estiva può essere letta non come un segno di lusso, ma come un gesto di rispetto verso la storia della Chiesa e verso la funzione simbolica e pastorale del papato.
La solennità del Papa non per forza deve essere letta come vanità: ma è linguaggio universale, che comunica autorevolezza e stabilità.
E vivere un luogo colmo di storia come Castel Gandolfo, negli ultimi anni trasformato da simbolo vivo della Chiesa a bene museale, significa anche trasmettere continuità con il passato e vitalità.
Peraltro che il Papa sia un potente lo si sa, indipendentemente da come e dove decida di abitare. Ergo, il lavaggio di umiltà di Francesco faceva onore alla sua persona, ma rischiava di stridere con il suo ruolo istituzionale. E ad oggi, visto il gradimento toccato da Bergoglio, Papa Prevost ha sicuramente avuto molto coraggio ad intraprendere questo percorso: c’è forse voluta più umiltà a concedersi completamente all’etichetta e alle sfarzose formalità imposte dal ruolo piuttosto che a rinunciarvi e proseguire nel solco del proprio predecessore.
In ultima istanza, l’abito non fa il monaco e la residenza non fa il Papa. Ma essere vicini ai deboli non per forza deve significare snaturare la propria identità che da millenni è segno di unità e speranza, anche grazie alla propria forza.
Alessandro Bonelli, 18 giugno 2025
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