
Qui al bar non vorremo fare i moralisti, perché è vero che prepariamo caffè, ma spesso mesciamo anche il vino. Però cominciamo a sospettare che, di alcol, in Europa ne circoli un po’ troppo. Oppure che non serva quello a obnubilare i nostri governanti. Politico, citando alcune fonti del Parlamento Ue, presenti a un incontro riservato con l’Alto rappresentante, Kaja Kallas, ha riferito che l’estone si sarebbe lasciata andare a una battuta, ovvero a una confessione: visto come stanno andando le cose nel mondo, è “il momento giusto” per iniziare a bere. Kallas non sarebbe una etilista, però si sente così preoccupata dalla situazione internazionale, che è tentata dal desiderio di… dimenticare.
La mente corre a un articolo del Telegraph di una decina d’anni fa, dedicato all’allora presidente della Commissione e magistralmente intitolato così: “Jean-Claude Junker nega i problemi con l’alcol in un’intervista durante la quale beve tre calici di champagne”. Scherzi a parte, il vero guaio non è che i vertici della nostra Unione possano affogare nel bicchiere i loro problemi; semmai, che ne siano evidentemente sopraffatti. Non hanno una visione, non hanno una strategia.
Sono quelli che, con Federica Mogherini, cercavano l’appeasement con l’Iran (per la verità, in buona compagnia: Barack Obama…). Sono quelli che non hanno una proposta negoziale per uscire dalla guerra in Ucraina. Sono quelli che non hanno saputo come muoversi sul Medio Oriente e che ora credono di reagire alle minacce di Donald Trump, oppure ai russi e ai cinesi nell’Artico, spedendo un drappello di militari in Groenlandia. Levateje er vino, direbbero a Roma. E magari, date loro qualche idea.
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