C’è un limite che in Italia sembra sempre più sottile e pericolosamente vicino all’essere oltrepassato. Gli inni all’Intifada, le urla sui “sionisti a testa in giù” e il gesto della P38 — sì, proprio quella, l’arma simbolo del terrorismo degli anni di piombo — non sono folklore politico né “espressioni di dissenso”. Sono segnali di un veleno che torna a scorrere nel sangue della nostra democrazia.
Come ormai noto, lunedì all’università Ca’ Foscari di Venezia è accaduto qualcosa che dovrebbe scuotere ogni cittadino libero. Emanuele Fiano, ex parlamentare del Partito Democratico e presidente di Sinistra per Israele, era stato invitato a parlare di pace, di dialogo, della difficile ma necessaria prospettiva dei “due popoli, due Stati”. È bastato questo per scatenare l’odio: al grido di “fuori i sionisti dalle università”, un gruppo del collettivo Sumud ha fatto irruzione nell’aula, interrompendo il dibattito e impedendo a Fiano di proseguire.
Lui stesso ha raccontato: “Vivo sotto scorta da 15 anni e quello che ho provato non è stata paura fisica – ha spiegato ad Affari Italiani – ma un turbamento destabilizzante perché impedire a qualcuno di parlare è l’inizio di una strada che porta alla violenza”. Parole lucide, che pesano come pietre. E quando aggiunge che anche a suo padre, a 13 anni, fu impedito di parlare — ebreo, in un’aula scolastica dell’Italia fascista — il paragone non è retorico, è una lezione di storia. Ma ciò che davvero gela il sangue è un dettaglio che rischia di passare in secondo piano: dal fondo dell’aula, alcuni studenti hanno fatto il gesto della P38. Il simbolo di una stagione di piombo, di sangue e di paura. La stessa pistola che uccise magistrati, giornalisti, poliziotti, imprenditori e politici in nome di una “rivoluzione” che fu solo odio.
Ora, chi compie quel gesto oggi, nel 2025, o ignora completamente la Storia — e sarebbe già grave — o, peggio, la conosce e la evoca con orgoglio. In entrambi i casi, è un segno inquietante. È da troppo tempo che si chiude un occhio. Si finge che questi episodi siano “ragazzate”, espressioni di un malessere giovanile o di un generico pacifismo. Ma chi grida “sionisti a testa in giù”, chi fa il segno della P38, non è un pacifista. È un violento che si nasconde dietro la maschera della causa palestinese per colpire gli ebrei, e con loro la libertà di pensiero.
E allora basta con le condanne di rito. Basta con i comunicati di circostanza. Servono provvedimenti veri, non parole di circostanza. In un’università pubblica italiana, un ospite è stato aggredito, zittito, intimidito. Non è accettabile. Ma c’è qualcosa di ancora più grave: il silenzio. Quel silenzio assordante di una parte politica — ampiamente rappresentata in Parlamento — che non ha sentito il dovere di dire una parola di solidarietà a un ex parlamentare, vittima di antisemitismo in un ateneo italiano. Evidentemente, per alcuni, ci sono vittime che meritano sostegno e altre no, a seconda della convenienza ideologica.
È un cortocircuito morale e politico. Gli stessi che gridano alla censura quando si tocca un loro slogan oggi applaudono chi impedisce a un ebreo di parlare. Gli stessi che si riempiono la bocca di “Costituzione” si dimenticano che quella Carta difende la libertà di parola, non la violenza mascherata da attivismo. Il gesto della P38, in questo contesto, non è solo un’oscenità. È un avvertimento. È il segno di un ritorno culturale pericolosissimo: la normalizzazione della violenza politica, il veleno che torna a circolare nelle università, nei centri sociali, nei cortei.
Oggi è una conferenza interrotta. Domani? L’Italia ha già conosciuto quel buio. E chi ha memoria dovrebbe ricordare che tutto inizia così: con un microfono strappato, un insulto, una minaccia. Poi arrivano le pallottole. Per questo chiediamo fatti, non più parole. Lo Stato, l’università, la politica: chi crede davvero nei valori democratici, intervenga. Perché difendere la libertà di parola non significa difendere un’idea, ma difendere la civiltà.
Franco Lodige, 29 ottobre 2025
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