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L’insostenibilità dello sviluppo sostenibile

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Sviluppo sostenibile è una delle tante espressioni sexy coniate negli ultimi 30 anni. Naturalmente non è l’unica: energia-dal-sole, prodotto-equo-e-solidale e risparmio-energetico non sono meno attraenti. O i prefissi eco– e bio– coi quali si fanno precedere tante parole del vocabolario, italiano e internazionale, con lo stesso spirito con cui una attraente e semi-nuda modella precede, seduta sul cofano di un’automobile, l’immagine pubblicitaria della vettura. La verità è che sviluppo sostenibile è un’antinomia, una contraddizione in termini, un paradosso, un ossimoro. Ditelo come volete. A noi piace dire che è, essa, locuzione priva di significato. Malgrado la popolarità, o forse proprio per quella.

“Sviluppo” significa crescita, e va bene. Quanto a “sostenibile”, questa paroletta che troppi attaccano a tutto, anche a ciò che sostenibile non è, significa – niente di più e niente di meno – durevole nel tempo. Qualcuno, magari, per definirne il significato userà un più verboso giro di parole, come ad esempio usarono al Vertice Mondiale di Rio sull’Ambiente del 1992, quello ove fecero recitare alla tredicenne Severn Cullis Suzuki le stesse parole che han poi fatto recitare alla piccola Greta. In omaggio al Rapporto Brundtland (il rapporto del 1987 della Commissione Onu su Ambiente e Sviluppo presieduta da Gro H. Brundtland), fu definito “sostenibile” quello “sviluppo che soddisfa i bisogni delle persone esistenti senza compromettere la capacità delle future generazioni di soddisfare i loro bisogni”. Cioè, appunto, “durevole nel tempo”. Probabilmente la parola “sostenibile”, riferita a “crescita”, nacque nel contesto dell’agricoltura, ove si è sempre sperato nella possibilità di mettere a punto pratiche agricole con elevate rese e atte ad essere protratte nel tempo senza alcun limite. La parola, insomma, forniva almeno una speranza, e siccome dalla speranza nasce il conforto essa cominciò ad essere usata nei più diversi contesti, acquisendo accezioni sempre più vaghe, fino a toccare il contesto dello “sviluppo”, in senso lato, di qualunque cosa.

A quel punto, il passo per diventare una comune parola in bocca ai cretini fu breve. Oggi il termine “sostenibile” è usato non solo – come lo usiamo qui noi – riferito a crescita continuata nel tempo, ma anche come aggettivo qualitativo per dare valenza positiva a qualunque sostantivo. Oppure è usato come semplice riempitivo, o, infine, è usato al preciso scopo di ingannare, anche in modo spudorato, nel senso di qualificare qualcosa come “sostenibile” proprio perché basterebbe una breve riflessione per concludere che essa sostenibile non è. Alla fine, anche le persone più accorte saranno tratte in inganno e commetteranno l’errore di ritenere che un’azione abbia valenza positiva solo perché è stata dichiarata “sostenibile”. Un po’ come succede coi prefissi bio– o eco– che, fatti precedere davanti ad una parola qualificante un prodotto, un’azione o un’idea, vorrebbero attribuire un valore aggiunto a quel prodotto, azione o idea, per il solo fatto che sono stati nominati con quel prefisso.

Come ora vediamo, il concetto, quando applicato a risorse finite, non ha alcun significato. Il Rapporto Brundtland, da un lato, invocava la “crescita economica sostenibile”, dall’altro, pur specificando che essa “può essere perseguita solo se la crescita e le dimensioni della popolazione mondiale rimangono in armonia con l’ecosistema”, non solo non chiariva cosa intendesse con “in armonia”, ma addirittura specificava che “il problema non è semplicemente il numero delle persone, ma come esso si compara con le risorse disponibili”. E aggiungeva: “sono necessarie azioni urgenti per evitare aumenti di popolazione con ritmi estremi”. Ed è proprio questo “ritmi estremi”, unitamente all’idea che “il problema non è il numero delle persone” ma, piuttosto, la distribuzione delle risorse, a farci concludere che la signora Brundtland e la sua commissione abbiano manifestato seri problemi nella comprensione dell’aritmetica elementare.

Più probabilmente, la Commissione – come non poche commissioni dell’Onu – non intendeva sbilanciarsi con affermazioni che non fossero politicamente corrette, neanche se aderenti ai fatti. Ed i fatti sono che 1) nessuna crescita, a qualunque ritmo (estremo o non estremo), può essere sostenibile; 2) se le risorse sono finite, non esiste una speciale distribuzione che garantisce la sostenibilità; e 3) il problema è il numero delle persone, perché la terra è tonda e finita e non piatta e infinita. Come “politicamente corrette” sarebbero poi state quelle affermazioni, a Rio, nel 1992, ove quel “controllare la crescita” non fu un richiamo a interrompere quella crescita, tanto che s’invocò, in quel consesso, la necessità di “mettere a punto programmi di informazione e di istruzione al pubblico per convivere con l’incremento inevitabile della popolazione mondiale”, con ciò automaticamente dichiarando che nulla può essere fatto per evitare quell’incremento. Ci sarebbe infatti da chiedersi: se, in quanto “inevitabile”, nulla può essere fatto, a cosa servirebbero l’informazione e l’istruzione? Naturalmente, non manca, infine, chi semplicemente nega l’intero problema e la sua esistenza e rilancia con tanto accattivanti quanto insulse affermazioni del tipo: “le persone sono una risorsa e non un problema”.

A noi non interessa essere politicamente corretti, né fare affermazioni accattivanti; non ci interessa piacere né a questo né a quello, e neanche a noi stessi. Chiediamoci allora: è possibile una crescita durevole nel tempo? Il segreto della risposta risiede in quella che chiameremo la formula-del-settanta: T2 = 70/k. Essa ci dice come calcolare il tempo, T2, affinché raddoppi il proprio valore una quantità che cresce al ritmo continuo del k% per unità di tempo. Consideriamo, per esempio, la crescita demografica. Può essere sostenibile in un pianeta finito? Se la popolazione cresce al ritmo del 2% l’anno, la formula-del-70 ci dice che, essendo noi oggi 7.5 miliardi, fra 70/2=35 anni saremo 15 miliardi, e dopo altri 35 anni saremo 30 miliardi, e al 2150 saremo sulla Terra 100 miliardi, a occhio e croce oltre il limite della sopportazione. Sarebbe d’aiuto la scoperta di una seconda Terra? Fate voi: al ritmo di sviluppo detto, dopo 35 anni anch’essa avrà 100 miliardi d’abitanti.

Vediamo bene, allora, che lo sviluppo demografico non può essere sostenibile: verrà il momento in cui – ci piaccia o no – il numero di morti uguaglierà quello dei nati e la crescita demografica si arresterà. Deve arrestarsi, ripetiamo, ci piaccia o no. E deve arrestarsi perché la superficie della Terra è finita. Come avverrà quell’arresto è un’altra faccenda. Ma avverrà: ce lo dice l’aritmetica. Sta a noi decidere se farlo avvenire in modo lento o lasciare che avvenga da solo in modo violento.

Questa stessa aritmetica vale per ogni sviluppo fondato su risorse finite. Come ad esempio il petrolio. Esso è indubbiamente una risorsa finita, non foss’altro perché la Terra, è finita: qualunque sia la disponibilità odierna di petrolio, la nostra formula-del-70 è inesorabile. Alcuni sostengono che, siccome il petrolio finirà, bisogna risparmiarlo. E arrivano addirittura a dichiarare che il “risparmio è la prima fonte d’energia”: già, come la dieta è la prima fonte di nutrimento. Ma ha senso risparmiare petrolio? Ovviamente sì, si direbbe; se non fosse che non sempre è vero ciò che è ovvio. Naturalmente, se risparmiamo sull’energia che consumiamo avremo una bolletta più leggera alla fine del mese, quindi risparmiare è bene, perché ci consente di risparmiare denaro. Ma qui ci si chiede un’altra cosa: ci si chiede se abbia senso risparmiare petrolio non per risparmiare denaro ma “per lasciarne disponibilità anche alle generazioni future”. Senonché, se supponiamo che fra 100 anni si sarà esaurito, risparmiarne il 10% lo farà esaurire fra 110 anni, con buona pace delle generazioni future. Appare evidente che se le riserve di un bene sono finite, non ha alcun senso risparmiarlo. (Tra parentesi, val la pena chiarire che per “fine del petrolio” deve intendersi non necessariamente l’esaurimento totale, ma la fine della convenienza della sua estrazione e successiva lavorazione).