
“Ho letto la finta intervista a Falcone da Floris perché me l’hanno mandata persone serie”. Nicola Gratteri, procuratore capo di Napoli, nonché volto di punta della campagna per il No alla riforma della Giustizia, si trova in un polverone mediatico dopo aver spacciato per buona, di fronte a migliaia di telespettatori, una pseudo dichiarazione che il compianto magistrato ucciso dalla mafia non ha mai affermato. E mentre sia Repubblica che Marco Travaglio sono costretti, a modo loro, ad ammettere che il 25 gennaio 1992 Falcone non rilasciò in effetti alcuna intervista, il procuratore fa spallucce. Che sarà mai. Me l’hanno mandata.
Al Foglio, che gli chiede conto del suo tremendo errore e di come sia possibile che “fonti autorevoli” gli spaccino documenti fasulli, risponde: “Non lo so. Erano persone autorevoli dell’informazione, me l’hanno riportata come autentica, e io l’ho letta”. Insomma: dei giornalisti (forse) avrebbero inviato a Gratteri quell’intervista in diretta mentre parlava. E lui non s’è posto mica il dubbio, visto e considerato che Falcone – invece – più e più volte aveva fatto notare la stranezza di quelle carriere “indistinguibili” tra chi accusa e chi giudica. “Nel dibattimento il pm non deve avere nessun tipo di parentela col giudice”.
Cosa c’è di magnifico nell’intervista di Gratteri al Foglio? Che dopo aver cercato di portare Falcone dalla sua parte, leggendo però una falsa intervista, adesso che s’è scoperta la verità bisogna considerare “il contesto”. “La verità – dice – è che noi continuiamo a decontestualizzare frasi dette trent’anni fa. Vogliamo metterle nel contesto attuale a ogni costo. E non ci preoccupiamo mai di fare una tara”. Siamo d’accordo con Gratteri. Sarebbe il momento di lasciare Falcone e Borsellino in pace. E magari discutere dell’oggi, visto e considerato che – qualsiasi posizione avessero i due magistrati – sono morti prima di conoscere Tangentopoli, le inchieste sulla presunta Trattativa Stato-Mafia, i clamorosi errori giudiziari e il Sistema denunciato da Palamara. Ma fa sorridere che il procuratore chieda di non “decontestualizzare” frasi di 30 anni dopo che proprio lui ha tentato di farlo, peraltro con un documento farlocco.
Vabbè. Ma ovviamente “la vera questione non è l’intervista che ho letto io. È il comportamento della destra”. Ovvio, no? “A destra mi dovrebbero spiegare, se per loro Falcone è un nume tutelare, come mai poi non lo votavano mai ogni volta che si candidava al Csm per avere un incarico… Se Falcone, oggi, è il simbolo dell’antimafia a destra, perché non è mai stato votato ogni volta che si candidava? Lui era il migliore magistrato d’italia, capiva le mafie vent’anni prima, eppure loro non lo consideravano… Perché Falcone era di sinistra! Era un fuoriclasse! E loro lo decontestualizzano”. Cioè: lui legge una intervista che non esiste, facendo dire a Falcone il contrario del suo pensiero, cosa nota a chiunque, eppure a “decontestualizzare” Falcone è la destra perché 30 anni fa non lo votò mai al Csm. Siamo seri, procuratore?
Gratteri poi lamenta che in questi giorni molti stiano facendo notare che non molto tempo fa (non “15 anni”, come dice nell’intervista al Foglio, ma solo 4 anni come si evince da questa intervista rilasciata in tv) era a favore del sorteggio del Csm. “Loro non fanno altro che rivangare questa storia – dice – Ma ognuno di noi può cambiare idea. l’idea si cambia motivandola e spiegando il percorso storico che ha portato a un risveglio. Perciò, siccome il referendum sarà su un quesito, per me è più importante la non-separazione delle carriere del sorteggio. Io devo scegliere il male minore”.
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