Siamo al 2025 e ci vengono ancora raccontate favole sulla presunta “leadership” italiana nella crisi ucraina. Ma i numeri raccontano tutt’altro: l’Italia è tra i Paesi meno generosi in Europa, 21ª su 27 negli aiuti a Kiev, e in termini pro capite ha contribuito appena 28 euro per cittadino da quando è iniziata la guerra.
Non entro qui nel merito delle scelte in politica estera, mi limito a sottolineare quanto questi numeri siano incompatibili con la retorica trionfalistica del Governo. Anche perché la linea ufficiale è resa ancora più contraddittoria dal fatto che la Lega – cioè il partito del vicepremier – è da sempre apertamente contraria a sostenere militarmente l’Ucraina.
Quindi tutte le chiacchiere sul ruolo globale dell’Italia sono semplicemente fumo: ci si è allineati a Bruxelles facendo lo stretto indispensabile, senza assumere mai un ruolo davvero protagonista.
Il centrodestra, in particolare sull’Ucraina, è pieno di contraddizioni. Forza Italia è il partito con la più forte tradizione filo-Putin del Paese, basta ricordare il rapporto di ferrea amicizia tra Berlusconi e lo Zar. Tajani, il più furbo di tutti, gioca d’equilibrismo tra il PPE europeista e la base azzurra storicamente amica del Cremlino.
Nel frattempo si inneggia all’asse con Trump: ma se domani Trump dovesse mollare Zelensky, che farà la Meloni?
Si piegherà a Washington o a Bruxelles?
Ancora una volta: nessuna chiarezza.
E poi c’è la narrazione tutta muscoli contro l’ambientalismo ideologico. Peccato che il piano su cui poggia il PNRR– e quindi parti del bilancio pubblico – continui ad avere come architrave la transizione ecologica, con tutte le conseguenze dirigiste che questo comporta. Il Ministro Pichetto Fratin è notoriamente uno dei più ferventi sostenitori delle follie green. Dov’è la ribellione? Dov’è il cambio di rotta? A oggi: zero. Si fa ciò che chiede l’UE e basta, ma ci si finge rivoluzionari in qualche comizio.
Sul piano dei diritti e delle libertà individuali si arriva addirittura al paradosso. Il governo che si autodefinisce anti-woke ha promosso la famigerata norma sul “consenso attuale” nel reato di violenza sessuale: un testo scritto per presupporre che ogni uomo sia un potenziale stupratore, una boldrinata fascio-femminista punitiva del maschio stupratore presunto. Solo la battaglia interna ha finora rallentato questa deriva liberticida, ma è chiaro che la firma politica resta quella della Meloni.
E sul fisco e sull’economia? Meglio sorvolare. La tanto sbandierata “rivoluzione liberale” non s’è mai vista.
Il prelievo resta da rapina: secondo le stime 2024, la pressione fiscale italiana – cioè il rapporto tra imposte + contributi e PIL – è salita al 42,5%, livello ai vertici dell’Europa occidentale e tra i più alti registrati negli ultimi due decenni. E non parliamo dello “schema Ponzi” della contribuzione obbligatoria a ripartizione, da annoverare più in ulteriore pressione fiscale che costruzione del proprio futuro previdenziale.
Contemporaneamente, la spesa pubblica complessiva resta enorme: nel 2024 supera di molto il 50% del PIL, se consideriamo quella allargata arriviamo tranquillamente intorno al 60%. Questo significa che la gran parte della ricchezza prodotta in Italia viene di fatto drenata dallo Stato, prima che famiglie e imprese possano investirla, risparmiarla o spenderla liberamente.
Ma la gestione è diventata così onerosa e dispersiva che perfino i servizi fondamentali – come la salute – somigliano sempre più a un grande bluff. Nel 2024 la spesa sanitaria pubblica si attesta al 6,3% del PIL, un dato inferiore sia alla media OCSE sia a quella europea: un segnale che evidenzia quanto sia inefficiente l’uso delle risorse pubbliche, anche partendo dal loro sbagliato punto di vista.
La spartizione con il “centro-sinistra moderato” è quotidiana su tutto: spesa, poltrone, favori. Altro che Thatcher o Reagan: qui siamo alla più stantia e cinica gestione patrimoniale del potere.
E dall’altra parte? Un’opposizione che appare scollegata dal Paese reale: la Schlein è una “leader” catapultata fuori da un centro sociale radical chic; un Fratoianni moralista da vecchia sinistra “borghese”; un Bonelli che distribuisce omelie verdi; un Conte populista a rotazione a capo di un partito statalista come e peggio degli altri. Nessuno con una visione liberale vera – solo ricette redistributive, vecchie logiche di potere e vuote promesse di giustizia sociale.
Così la Meloni non vince: stravince senza nemmeno sudare.
Il vero punto politico è questo: la Meloni vola perché non esiste un’alternativa liberista credibile sul piano delle libertà economiche e civili. Finché nessuno la incalza davvero dove è debole – Stato sovradimensionato, tasse alte, compromessi globalisti, incoerenze geopolitiche – continuerà a dominare lo scenario.
E la riforma elettorale in cantiere conferma tutto: obiettivo conservare lo sbarramento, blindare il sistema, impedire l’ingresso di nuove forze che propugnino un reale mercato libero e libertà individuali, aumentare il potere di ricatto dei singoli partiti presenti in parlamento.
Conservazione del potere per il potere.
La Meloni è campionessa del sovranismo a parole e del conformismo statalista nei fatti. Una leader che indossa mille maschere, ma che rinuncia sempre a quella più importante: la maschera della coerenza di una destra liberale.
Finché non emergerà nel dibattito politico una voce forte, libera, capace di dare visibilità nazionale a un’alternativa genuinamente liberale, la sua parabola resterà ascendente. Ma quando quella voce ci sarà, sarà un attimo: i castelli di propaganda cadranno. E gli italiani saranno finalmente sedotti e convinti che la Libertà, quella vera, quella dallo Stato è la via maestra del benessere.
Andrea Bernaudo, 7 dicembre 2025
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