
Sono sempre più le tensioni attorno alla Flotilla, ferma a Creta in attesa che il tempo torni clemente per concludere gli ultimi giorni di navigazione. E sono sempre più anche i militanti costretti, vuoi per lavoro, vuoi per altri motivi, costretti a restare a terra e a tornare a casa. Ma soprattutto si intensificano sempre più gli appelli a ripensarci, ad accettare la mediazione. Ieri il Pd aveva chiesto di tenere aperti i canali di mediazione. Oggi Mattarella ha ribadito il concetto. E ora anche Giuseppe Conte tira i remi in barca e molla la Flotilla al suo destino.
“Quello che io posso fare posso dire” agli attivisti di Flotilla, ha detti Giuseppi, “di fronte all’iniziativa di Mattarella è: ‘fate un supplemento di riflessione’, perché c’è anche un problema di incolumità personale da considerare. Sarei irrispettoso a dire cosa farei” ma “qualunque decisione prenderanno avranno sempre il sostegno mio e della mia comunità politica, perché il gesto che stanno compiendo è di nobile lignaggio”. Come a dire: va bene, ci avete provato, ma ora le cose si stanno facendo serie. E con i blocchi navali militari non si scherza.
La posizione ufficiale l’ha spiegata in un video la portavoce Maria Elena Delia. Per la Flotilla, “Israele sta commettendo un genocidio senza che nessuno dei nostri governi abbia ancora avuto il coraggio di porre delle sanzioni, porre un embargo sulle armi, chiudere almeno un parte dei rapporti commerciali”. Ancora più precisa Simona Moscarelli: “è vero che stiamo portando degli aiuti umanitari a Gaza ma non è l’obiettivo principale della nostra missione. Il nostro è un atto politico, noi vogliamo creare un corridoio umanitario stabile, rompere il blocco navale degli israeliani e vogliamo che questo genocidio cessi il prima possibile”. All’interno della Flotilla però il dibattito si sta facendo serrato. Sono molte le assemblee online che si stanno svolgendo in queste ore per decidere il da farsi. “C’è chi manifesta dubbi, chi non se la sente di rischiare e chi invece deve tornare al lavoro”, scrive il Corriere. Tre comandanti sono stati rimpiazzati: la flotta è in ritardo rispetto alle previsioni e c’è chi deve tornare al lavoro. L’ha detto al Fatto anche la Delia che insegna a Torino: “Sono fuori da un mese, tra cinque giorni mi scade l’aspettativa e non faccio in tempo”. Infatti alla fine “la delegazione italiana del Global Movement to Gaza ha ritenuto opportuno richiedere la presenza in Italia della portavoce” al fine “di condurre un dialogo diretto con le istituzioni per garantire l’incolumità dei membri italiani dell’equipaggio e il raggiungimento degli obiettivi della missione nel rispetto del diritto internazionale”.
Anche i parlamentari italiani predicano cautela, per quanto a parole si dicano disposti a continuare il viaggio. Il grillino Marco Croatti dice: “Dobbiamo cercare di aprire una via diplomatica, non il contrario, almeno per quanto mi riguarda. Non siamo votati al martirio”. “Sicuramente chi non è convinto è meglio che scenda – dice al Corriere, Tony La Piccirella skipper barese- perché poi nel momento in cui gli israeliani ci attaccheranno bisognerà avere sangue freddo e mantenere la calma”.
Anche Niccolò Celesti, attivista della Flotilla a bordo della Snap, è titubante. Ne ha parlato al Manifesto spiegando chiaramente che la scelta di rifiutare la mediazione italiana non è stata condivisa all’unanimità. Intanto, Celesti assicura di aver scoperto solo ieri che l’intento della missione non era solo portare viveri a Gaza ma anche “aprire un corridoio umanitario indipendente verso Gaza”. “Non mi era mai stato comunicato, io ero qui per farmi arrestare da Israele in acque internazionali”, ha spiegato al Manifesto perché provare ad arrivare a Gaza “significherebbe passare dalla parte dell’illegalità”. Tanti sono i dubbi: come pensano di superare il blocco navale? E come di sbarcare aiuti a Gaza, dove è complicato farlo anche per l’Onu?
Anche Gaetano Mandredi, ritiene che adesso “bisogna evitare che tale impegno si trasformi in un conflitto perché questo non aiuterebbe le ragioni della pace e le ragioni della Palestina”. Infatti le cose sono due: o la Flotilla intende fare un picchetto in acque internazionali di fronte al blocco navale israeliano, il che non dovrebbe comportare rischi ma renderebbe impossibile consegnare i viveri a Gaza; oppure intendono davvero forzare la mano, il che diventerebbe davvero pericoloso come ci hanno tenuto a ribadire Crosetto e Tajani. La linea del governo è: vi seguiamo e daremo supporto in caso di necessità, ma non possiamo certo sparare contro gli israeliani o difendervi qualora decideste di entrare in acque territoriali. Israele in passato ha fermato iniziative simili arrestando i partecipanti, ma stavolta le barche sono tante e abbordarle tutte sarebbe complicato. La Flotilla sostiene di aver ricevuto informazioni credibili sulla volontà di Israele di attaccare di nuovo le imbarcazioni. Eppure insiste. “Chiunque (prosegua la missione) si assume tutti i rischi ed è personalmente responsabile”, ha spiegato la Farnesina.
Ps: scrive il Manifesto che Niccolò Celesti ha riferito di aiuti di Music for Peace “che stanno a marcire sotto il sole”. Bel colpo. Davvero.
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