Lecornu dopo Lecornu. È come se in Francia avessero premuto riavvia su un sistema politico in crash. Dopo una settimana di psicodrammi, Emmanuel Macron è tornato esattamente al punto di partenza: stesso premier, stessi problemi, un Paese sempre più esasperato. Il presidente che sognava di incarnare la “nuova Europa”, il Napoleone dei tempi globalizzati, finisce per riciclare il suo stesso primo ministro, Sébastien Lecornu, dimessosi appena lunedì scorso e ora richiamato a Matignon come se nulla fosse. Una giravolta che neppure la commedia dell’assurdo di Ionesco avrebbe potuto scrivere meglio.
Macron lo ha rimesso al suo posto dandogli, testuale, “carta bianca” per formare un nuovo governo. Tradotto dal linguaggio dell’Eliseo: “Non so più che pesci prendere, arrangiati tu”. E così Lecornu, con toni da soldato della Repubblica, ha scritto su X: “Accetto – per dovere – la missione affidatami dal Presidente della Repubblica di fare tutto il possibile per dotare la Francia di un budget entro fine anno e di affrontare i problemi quotidiani dei nostri connazionali”. Poi ancora: “Farò di tutto per riuscire in questa missione: dobbiamo porre fine a questa crisi politica, che sta esasperando il popolo francese, e a questa instabilità, che è dannosa per l’immagine della Francia e per i suoi interessi”. Parole impeccabili, ma dette da chi era stato cacciato – o meglio, “dimessosi” – pochi giorni prima per l’incapacità di tenere insieme un governo senza maggioranza. Ora torna e la musica non è cambiata: l’orchestra continua a suonare mentre la nave dell’Eliseo imbarca acqua da ogni parte.
“Può essere raggiunto solo a determinate condizioni”, ha aggiunto Lecornu, ammonendo che “tutte le questioni sollevate durante le consultazioni condotte nei giorni scorsi saranno aperte al dibattito parlamentare”. Peccato che, in Francia, il Parlamento non sembri più un luogo di confronto ma un ring. Il Rassemblement National ha già annunciato la sfiducia. “Una vergogna democratica, un’umiliazione”, ha tuonato Jordan Bardella. E Jean-Luc Mélenchon, che non perde occasione per salire in cattedra, parla di “ridicola commedia”.
Più che un nuovo esecutivo, sembra la replica di una tragedia istituzionale. Tutti contro tutti, e nel mezzo Macron, l’uomo che voleva essere il motore dell’Europa e si ritrova prigioniero del caos a casa sua. D’altronde è da mesi che il presidente vive in un limbo: senza maggioranza, senza alleati, con un Paese stanco delle sue mosse da tecnocrate illuminato e delle sue frasi da conferenza internazionale.
Il punto è tutto qui: Macron voleva diventare il punto di riferimento dell’Occidente, il “leader liberale” del dopo-Merkel, colui che avrebbe riscritto il futuro dell’Europa. Invece si è ritrovato impantanato nel fango della politica francese, incapace di governare persino la propria maggioranza. L’Eliseo è diventato una macchina che gira a vuoto. Ogni volta che si parla di “rilancio”, finisce per essere un rimpasto. Ogni volta che si annuncia una “nuova fase”, è un ritorno al punto di partenza.
Durante le frenetiche consultazioni, Macron ha ascoltato tutti – tranne, ovviamente, Marine Le Pen e Mélenchon – e ha concluso con un nulla di fatto. Marine Tondelier, leader ecologista, ha raccontato di essere “sbalordita”: “Usciamo dalla riunione senza alcuna risposta su niente, se non che il prossimo premier non sarà del nostro campo politico”. E Olivier Faure, il segretario socialista, ha espresso la stessa delusione. Nessun accordo, nessun progetto, solo stanchezza.
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Alla fine è sfumato anche l’ultimo nome “centrista” in circolazione, Jean-Louis Borloo, 74 anni, un veterano che avrebbe potuto garantire un minimo di tregua. Ma nulla. “Il blocco comune è morto”, avrebbe detto Bruno Retailleau, leader dei Républicains, sancendo la fine del cosiddetto “fronte repubblicano”.
Macron si era dato 48 ore per “trovare una soluzione”. Ne ha impiegate di più per arrivare a una non-soluzione. La Francia è di nuovo ferma, il governo è lo stesso, l’instabilità pure. E mentre a Bruxelles e a Berlino osservano con crescente imbarazzo, Macron passa da potenziale “padre dell’Europa” a problema domestico, da statista europeo a presidente in affanno.
La verità è che la Francia, oggi, non crede più alla sua retorica. Il Paese che doveva essere laboratorio del nuovo progressismo europeo è finito impantanato nella burocrazia e nel malcontento sociale. L’“enfant prodige” della politica europea ha perso la bacchetta magica. E ora, più che un leader, sembra un illusionista smascherato: dietro i grandi discorsi sulla sovranità europea e la “rinascita democratica”, resta un governo che non governa e un popolo che non lo ascolta più.
Franco Lodige, 11 ottobre 2025
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Immagine generata da AI tramite DALL·E di OpenAI


