
Nel suo ultimo editoriale, il Wall Street Journal ha deciso di impartire una lezioncina morale a Elon Musk. Secondo il giornale, Musk sarebbe un “genio”, ma non adatto alla politica. Il suo errore? Pensare di poter cambiare le cose senza piegarsi ai codici dell’ipocrisia istituzionale. E così, con tono paternalistico, il WSJ lo invita a fare un passo indietro. Una stroncatura anomala, che arriva proprio da un quotidiano notoriamente pro-business, pro-libero mercato e vicino al capitalismo liberale. Ma cosa c’è dietro questo improvviso bisogno di “disciplinare” Elon Musk? Il WSJ difende il sistema, quindi, non la libertà.
Il punto centrale dell’editoriale non è la qualità delle idee di Musk, ma il fatto che non rispetta le “regole del gioco”. Regole non scritte, fatte di compromessi, opacità, retorica vuota. In altre parole: la politica ha bisogno di mentire, e Musk è un disturbo, perché troppo diretto. Ma dobbiamo davvero accettare che il sistema politico debba essere protetto da chi dice la verità troppo chiaramente? O non è il caso di chiederci perché abbiamo costruito un sistema che teme la trasparenza e punisce chi non si piega? Elon Musk può piacere o meno, ma è una delle pochissime figure pubbliche in grado di sfidare apertamente il potere politico, burocratico e mediatico. Lo fa mettendoci la faccia, il capitale e il rischio. Non si limita a lamentarsi: agisce, propone, costruisce, si espone.
L’editoriale del WSJ è quindi da respingere. Lo attacca per aver osato contrastare un provvedimento sostenuto da Trump, ma non entra nel merito delle sue critiche. Si limita a dire: “Così non si fa”. Eppure lo stesso Trump – celebrato come outsider, e anche da noi sostenuto su molte battaglie, in primis su quella contro le ecofollie – cambia idea ogni giorno, attacca e poi elogia, smentisce e rilancia. Anche lui è molto poco politically correct, ma va bene così.
Il doppio standard del WSJ è evidente: a Trump è concesso perché sta nel gioco a Musk, invece, si chiede di tornare a costruire razzi e non disturbare il manovratore. Non è Musk che va ridimensionato è lo Stato che va ridotto e se questo è ciò che vuole il mega miliardario ben venga il suo impegno.
Il potere politico ha invaso ogni aspetto della nostra vita: dall’energia all’informazione, dai trasporti alla libertà d’espressione, entra perfino nelle libere scelte del vivere quotidiano. Il problema non è che Musk faccia politica. Il problema è che la politica può decidere troppo su di noi. In modo ormai intollerabile.
Negli Stati Uniti, la “motosierra” di Milei – quella del taglio netto allo Stato parassitario – per ora l’ha imbracciata Musk, non Trump. È lui che oggi sfida sul serio burocrazia, monopoli pubblici e potere politico, mettendoci il suo capitale e il suo nome. Difendere Musk oggi non significa idolatrarlo. Significa difendere il diritto di chiunque – anche un miliardario – di partecipare alla vita pubblica senza dover prima imparare l’arte dell’inganno e della finzione diplomatica.
Il Wall Street Journal ha perso un’occasione per difendere i principi che ha sempre sostenuto: mercato, concorrenza, libertà. Noi no. Quindi: go Elon, Go!
Andrea Bernaudo, 8 luglio 2025
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