L’ombra del Luddismo: il problema non è l’Ai, ma non saperla usare

Apriamo il dibattito sull'IA: l'opinione di Marco Monetini

1.5k 0
file_00000000291072468559e6fd030a5766

Siamo all’alba di una trasformazione che promette (o minaccia) di essere più profonda della scoperta del vapore. Se nel 1800 il telaio meccanico rimpiazzò le mani dei tessitori inglesi, oggi l’Intelligenza Artificiale e la robotica avanzata si preparano a fare lo stesso con il lavoro cognitivo e i servizi. Siamo quindi arrivati alla fine del lavoro per come lo conosciamo? Il panorama non è lontano dalla realtà. Non parliamo più solo di operai in fabbrica, ma di una rivoluzione che colpisce in orizzontale. Servizi e ristorazione, per esempio, con robot capaci di preparare cocktail o servire ai tavoli (già realtà in Asia e in alcuni poli tecnologici europei).

Oppure nella logistica e nei trasporti, perché con l’avvento dei veicoli a guida autonoma e dei droni la figura del corriere o dell’autista potrebbe diventare obsoleta. O ancora tramite i modelli di possesso: la transizione dal “possedere” un’auto all’abbonamento a un servizio di mobilità (MaaS) centralizzerà la manutenzione in hub automatizzati, riducendo drasticamente il bisogno di officine diffuse sul territorio.

Esiste realmente quindi un rischio “neo-luddista”? La minaccia appare reale nel caso in cui il processo di transizione non venga opportunamente governato. La differenza rispetto al passato è la velocità. Nel XIX secolo i lavoratori avevano generazioni per adattarsi; oggi il mercato del lavoro cambia radicalmente in meno di un decennio.

Mentre figure come agenti di commercio, segretarie e cassieri vedono le loro mansioni automatizzate, la domanda di ingegneri e sviluppatori software esplode. Tuttavia, senza una riforma strutturale del sistema educativo, la massa critica di lavoratori non avrà le competenze per salire sul carro dell’innovazione.

Questa è la cruda realtà del 2026: stiamo vivendo una collisione a catena tra una tecnologia che corre a velocità di curvatura e un sistema formativo italiano che sembra muoversi ancora con la trazione a cavallo. Mentre l’IA generativa e la robotica collaborativa (i cosiddetti cobot) sono già entrate nei bar e nelle medie imprese, i dati ci dicono che meno della metà dei giovani italiani (47%) usa regolarmente questi strumenti, contro una media europea che vola sopra il 63%. Il rischio non è solo l’automazione, ma l’irrilevanza.

Il problema, insomma, non riguarda soltanto cosa si studia nelle nostre scuole, ma soprattutto come lo si studia. E qui i numeri parlano chiaro: in Italia, tre insegnanti su quattro ammettono di non aver mai ricevuto una formazione specifica sull’intelligenza artificiale. Pensiamoci un momento: sono le stesse persone che dovrebbero preparare i giovani a un mondo dominato dagli algoritmi.

Da un lato abbiamo la tecnologia, che corre velocissima. Oggi l’IA evolve a un ritmo impressionante: ogni sei mesi, più o meno, emerge un nuovo modello che rende di fatto obsoleta la competenza appena acquisita nel semestre precedente. Dall’altro lato invece c’è la nostra scuola, che si muove con una lentezza quasi grottesca. I programmi ministeriali e i cicli di aggiornamento per i docenti richiedono anni — letteralmente anni — per essere approvati, discussi, modificati e infine implementati.

Il risultato di questa sfasatura è sotto gli occhi di tutti: stiamo creando una generazione di nuovi analfabeti. Non nel senso tradizionale del termine — queste persone sanno leggere, scrivere e far di conto — ma nel senso più profondo e preoccupante: non sanno dialogare con una macchina, non sanno interrogare un modello di IA, non sanno gestire un processo automatizzato. Sono esclusi dal mondo che verrà, non perché siano ignoranti, ma perché nessuno ha insegnato loro la lingua del futuro.

Il risultato? Una fuga di cervelli di ritorno: chi ha le competenze scappa all’estero (Germania, Olanda, Svizzera), dove gli stipendi per queste figure sono superiori del 30-40% rispetto all’Italia.

Ma il vero allarme non è la macchina in sé, ma l’analfabetismo funzionale di ritorno. Se il sistema scolastico resta ancorato a modelli del secolo scorso, avremo una società spaccata in due: da una parte un’élite tecnologica di pochi professionisti altamente specializzati, con stipendi elevati, spesso costretti a emigrare dove la tecnologia è più avanzata. Dall’altra una massa di esclusi: persone i cui lavori sono stati “algoritmizzati” e che non trovano posto nel nuovo ecosistema, rischiando di scivolare verso la marginalità sociale.

Se, come abbiamo detto, il lavoro manuale e i servizi di base spariranno, il modello economico basato sul “lavoro in cambio di salario” crolla. Qui entra in gioco il Reddito di Base Universale (UBI). L’idea è nota: una somma fissa erogata dallo Stato a ogni cittadino, indipendentemente dal lavoro svolto, finanziata non più dalle tasse sul lavoro umano ma da una tassa sui robot o sugli algoritmi. Ma attenzione: il reddito universale è la soluzione economica, ma rischia di diventare un fallimento sociale. Dare 1.000 o 1.500 euro a un ex operaio, un ex autista o un ex impiegato dicendogli “stai a casa, non servi più” è una condanna alla morte civile. Perché il lavoro non è solo un bancomat: è un’identità. Nella nostra cultura il “mestiere” definisce chi siamo. Senza di esso, l’individuo perde il rispetto di sé e il riconoscimento degli altri. Il reddito universale può riempire la pancia, ma rischia di lasciare un vuoto nell’anima che nessuna tassa sui robot può colmare.

Senza un ruolo nella società, l’essere umano appassisce o, peggio, incanala la frustrazione in rabbia distruttiva. Ecco allora il rischio sociale concreto: una massa di persone senza occupazione, mantenuta dallo Stato, diventa facilmente manipolabile e preda di depressione, dipendenze o movimenti politici estremisti.

Senza un reddito garantito e una formazione che insegni a “gestire i robot” invece di “competere con i robot”, la rivolta è inevitabile. Se un ex agente di commercio o una segretaria si ritrovano a 45 anni senza prospettive perché sostituiti da un software, la rabbia sociale si dirigerà contro le macchine o contro lo Stato incapace di gestire il passaggio.

Leggi anche: 

Rischiamo di ritrovarci con una società polarizzata: una minuscola aristocrazia tecnologica e una massa che vive di sussidi minimi, senza scopo sociale. E non si spaccheranno le macchine solo per fame, ma per rabbia. I “nuovi luddisti” del XXI secolo non useranno martelli, ma la loro disperazione per abbattere un sistema che li ha dichiarati obsoleti. La rivoluzione dell’IA non è un destino cinico e baro, ma uno strumento. Se diventerà un mezzo di emancipazione dalla fatica o un generatore di disuguaglianza estrema dipenderà esclusivamente da come decideremo di istruire le prossime generazioni e di ridisegnare il patto sociale.

Se la politica non capisce che la dignità del fare è importante quanto il pane, allora i nuovi luddisti non tarderanno ad arrivare. E questa volta non avranno bisogno di martelli: avranno la loro disperazione — e forse, stavolta, anche la ragione dalla loro parte.

Marco Monetini, 22 aprile 2026

Ti è piaciuto questo articolo? Leggi anche

Nicolaporro.it è anche su Whatsapp. È sufficiente cliccare qui per iscriversi al canale ed essere sempre aggiornati (gratis).

Seguici sui nostri canali
Exit mobile version