
L’Ucraina come cavallo di Troia per indebolire il blocco antioccidentale e allargare la sfera di influenza americana anche su paesi da tempo dichiaratamente ostili. Con la Russia di Vladimir Putin impegnata da quasi quattro anni sul fronte ucraino, Washington continua infatti a portare avanti la propria azione di consolidamento dell’egemonia Usa sul globo scardinando uno dopo l’altro i vari avamposti anti-atlantici siti nelle diverse aree dello scacchiere geopolitico.
Dopo l’operazione che poco più di un anno or sono, era il dicembre 2024, pose fine alla cinquantennale leadership della famiglia Assad in Siria per fare spazio a un governo di transizione gradito alla Casa bianca, e il contestuale rafforzamento della posizione di Israele nella regione mediorientale ai danni del cosiddetto “asse del terrore” composto da Hamas e Hezbollah, facente riferimento alla Repubblica islamica dell’Iran, adesso è arrivato il turno del Venezuela di Nicolas Maduro, anch’egli storico alleato di Mosca e Teheran.
L’operazione condotta nelle scorse ore dalle forze speciali statunitensi, che ha portato all’attesissima cattura dell’autocrate venezuelano, prontamente condannata dal Cremlino in quanto considerata “un’aggressione avvenuta in palese violazione del diritto internazionale”, libera infatti il continente americano da una presenza alquanto scomoda per Washington e rafforza ulteriormente la sfera d’influenza Usa in America latina, infliggendo al contempo un pesante colpo al blocco sino-russo-iraniano.
Con la caduta, avvenuta nell’arco di appena dodici mesi, dei regimi antioccidentali di Damasco e Caracas, e il netto ridimensionamento del peso specifico delle milizie islamiche alleate di Teheran, gli Stati Uniti stringono ulteriormente il cerchio attorno a Mosca, impantanata da troppo tempo in un conflitto, quello scoppiato nel febbraio 2022 in terra ucraina, che tra dialoghi, trattative e speranze di pace sistematicamente tradite non accenna ancora a fermarsi.
Sullo sfondo, si registrano nel frattempo le accese proteste contro il carovita che da giorni infiammano dall’interno l’Iran, represse con il sangue dai vertici della Repubblica islamica. L’azione di repressione condotta dal regime degli ayatollah, puntualmente accompagnata dal duro monito lanciato nelle scorse ore da Trump, dichiaratosi pronto ad intervenire contro le autorità iraniane a difesa dei manifestanti, acuisce ulteriormente le tensioni tra Washington e Teheran e apre nuovi possibili scenari di crisi nella martoriata regione mediorientale. La pesante crisi valutaria, causa del crescere malcontento del popolo iraniano nei confronti del regime, probabile preludio a un eventuale collasso del rial, la moneta nazionale, potrebbero fare il resto e fare scricchiolare le sempre meno solide fondamenta su cui poggia la Repubblica islamica, ultimo vero avamposto anti-atlantico in Medio Oriente, tra i pochi, pochissimi alleati del Cremlino rimasti.
Salvatore Di Bartolo, 5 gennaio 2026
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