Purtroppo non ci sorprende più nulla. Nemmeno iniziative come quelle di Monza, dove sta per arrivare un corso per abolire la polizia. Sì, avete capito bene: per abolire la polizia. Si chiama “Police Abolition” e come si legge su un volantino condiviso sui social network si tratterebbe di un “corso base” organizzato dal centro sociale Foa Boccaccio – fondato da una giovane Ilaria Salis, oggi eurodeputata con Fratoianni e Bonelli – già salito alla ribalta recentemente per una serata dedicata all’universo dei maranza.
Un bell’aperitivo militante con l’obiettivo di abolire la polizia. Non riformarla, non migliorarla. Proprio abolirla. Eliminare dalla società quel corpo che ci garantisce ordine, sicurezza e legalità. Anche a quei soloni dei centro sociali. Ma si tratta forse di un concetto astruso per chi vive nella perenne adolescenza ideologica. Il tutto condito da un bel libretto curato da Italo Di Sabato, responsabile nazionale dell’Osservatorio Repressione e in passato dirigente di Democrazia proletaria, Rifondazione comunista e Potere al popolo. Alè.
In soldoni lo Stato, per questi signori, è sempre e solo un grande nemico. La location? I giardini di San Rocco, quartiere popolare di Monza. Se piove, ci si sposta nel Circolo di via Libertà, dove guarda caso passano anche le iniziative del Pd e della Cgil. Sì esatto, si tratta di un circolo dem. Pura coincidenza? Chissà. Ma veniamo al programma: un cocktail ideologico dal sapore amaro. L’invito a partecipare ruota attorno a domande retoriche che già contengono le risposte: “A cosa serve la polizia?”, “Perché è così violenta con le classi subalterne?”, “Perché militarizzare i quartieri?”. E la soluzione finale? “Abolire la polizia significa costruire un mondo nuovo”.
“Questo è il tentativo di interpretare la funzione della polizia come un fenomeno sociale e, come tale, passibile di trasformazione e, anche, di superamento” si legge nelle prime pagine del saggio, un indirizzo ben chiaro sull’obiettivo del corso anti-divise: “L’opzione abolizionista può trasformarsi in un orizzonte estremamente positivo e costruttivo per l’evoluzione di tutta la società”.

Il libretto teorico che accompagna l’iniziativa non lascia spazio a dubbi. Leggiamo: ”L’abolizione della polizia è un processo che consiste nel ricollocare fondi e responsabilità verso modelli di sicurezza ‘collettivi’”. E ancora: bisogna togliere i soldi alla polizia e metterli in “case, servizi per l’infanzia, assistenza sanitaria”. Chi dovrebbe garantire la sicurezza? Non le forze dell’ordine, ma – attenzione – ”operatori sociali, leader religiosi, vicini di casa, amici e parenti”. Robe da matti. Cioè, se qualcuno vi sta spaccando la porta alle tre di notte, non chiamate il 112: fate un fischio al vicino o telefonate a vostra zia.
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E guai a pensare che senza polizia regni il caos. No! Perché – testualmente, segnala Libero – “la polizia non si occupa di controllo del crimine. Anzi, porta violenza”. Secondo questi teorici del disordine, gli agenti non garantiscono sicurezza, la “minano”. Sapete perché? Perché fermano chi gira con il fanalino rotto, multano chi non ha il biglietto del bus, arrestano chi spaccia. In pratica fanno il loro lavoro. Il paradosso? Per questa gente, uno spacciatore è un oppresso, il poliziotto un nemico di classe. Il criminale ha diritto alla “cura”, l’agente al disprezzo.
Non è una provocazione. È un progetto. Distorto, pericoloso, ma reale. E mentre l’Italia reale chiede più sicurezza, più agenti e più presenza sul territorio, una parte del Paese –coccolata da certa politica – sogna il Far West progressista, senza divise, senza regole, senza Stato.
Franco Lodige, 11 luglio 2025
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