L’ultimo vero treno per l’Europa

Dalla Sardegna la sfida del PSdAz di Solinas. "Campanili, storia e culture diverse per cancellare l'orrore di un Continente di burocrazia e omologazione"

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“Agonizzante da tempo, fino al conclamato fallimento del suo ruolo internazionale nel costruire gli equilibri economici e geo-politici del pianeta, schiacciata tra le superpotenze di sempre e nuovi players come Cina e India, l’Europa sembra ormai sgretolarsi tra le mani degli stati membri”. Secondo Christian Solinas, già senatore e Governatore della Sardegna, oggi Segretario Nazionale del Partito Sardo d’Azione, il più antico partito federalista ed autonomista ancora in vita nel Belpaese e nel vecchio continente con i suoi 104 anni ininterrotti di storia, l’Europa è più che mai al crocevia del proprio destino.

“Per noi, che parlavamo di Stati Uniti d’Europa negli anni ’20 del secolo scorso, – afferma Solinas -è sempre stato molto chiaro che il binomio economia/tecnocrazia non poteva rappresentare un terreno solido sul quale edificare l’integrazione europea. Il grande valore del nostro continente sta nella sua storia, nella plurimillenaria cultura occidentale, permeata dal Cristianesimo e dall’equilibrio evolutivo tra città e campagna, che ha generato il senso di appartenenza collettivo al proprio contesto, agli simboli di identità del proprio paesaggio, in una parola al “campanile”. L’Europa è soprattutto un mosaico ineguagliabile di diversità e peculiarità: un motore straordinario di crescita e sviluppo – continua il leader sardista – che avrebbe avuto bisogno di un’architettura istituzionale, di politiche e strumenti calibrati su base territoriale, in grado di esaltare le potenzialità di ciascuna regione.  Invece, più che una storia di popoli e di nazioni che custodiscono le proprie identità conferendole in un grande progetto federalista, policentrico e multilaterale, fino ad ora l’Unione Europea si è distinta per il tentativo di affermare un neo-centralismo burocratico, caratterizzato dall’idea di omologazione e standardizzazione di differenti modelli sociali, culturali e produttivi consolidati in decine di secoli”.

La condanna e il suicidio dell’omologazione

Il mantra delle direttive e dei regolamenti da applicare uniformemente da Berlino ad Atene, da Madrid a Budapest ha mortificato proprio la caratteristica essenziale del nostro continente, senza tener conto che la medesima misura che poteva aiutare un “sistema paese” allo stesso tempo bloccava o penalizzava altri territori dell’Unione. Pensare che la regolamentazione uniforme del trasporto aereo – sottolinea Solinas evocando un tema caro alla Sardegna – possa dare allo stesso tempo risposte adeguate ai bisogni di mobilità di un’isola come la Sardegna e di un länder tedesco non solo è temerario sotto il profilo del buon senso, ma devastante negli esiti per i cittadini. In buona sostanza, tutto l’insieme della produzione normativa comunitaria è stata percepita dalla gran parte dei cittadini come un’imposizione di vincoli, lacci e lacciuoli che hanno frenato quando non direttamente disarticolato i mercati locali: si pensi solamente alla mannaia degli aiuti di stato, che ha colpito a morte aziende agricole, imprese turistiche, aziende di trasporti che si sono viste a distanza di anni dagli investimenti realizzati che producevano lavoro, ricchezza e valore, richiedere indietro i contributi ricevuti maggiorati di interessi e rivalutazione del capitale. Con l’aggravante dell’inspiegabile sistema di deroghe a favore di alcuni territori e non di altri. A mero titolo esemplificativo, mentre alla Corsica è stato consentito di avere una sua compagnia aerea di bandiera, alla Sardegna è stato negato e quando ha provato ad armare una propria flotta navale per garantire i collegamenti con la terraferma a prezzi calmierati è stata avviata una procedura d’infrazione per aiuti di stato, che ne ha determinato il fallimento”.

“Solo un’impostazione federalista può tenere insieme un continente caratterizzato da una asimmetria evidente tra territori e liberarne a pieno le potenzialità: l’Europa può rinascere se avrà la capacità di rigenerare sé stessa partendo dalle proprie radici e valorizzando le sue differenze culturali, sociali, etniche ed economico-produttive. Una nuova Europa dei Popoli e delle regioni in luogo di quella grigia sovrastruttura dei burocrati e delle tecnocrazie economico-finanziarie”. “La proposta che abbiamo elaborato in collaborazione con il Centro di analisi e consulenza strategica Giuseppe Bono – sottolinea Solinas – per la creazione in Sardegna di un Segretariato permanente delle isole maggiori del Mediterraneo, risponde proprio a questa esigenza di cambiamento, ritrovando il collante per un dialogo su basi totalmente differenti in grado di superare finalmente l’ossessione per l’imposizione di standard in ogni settore fino ai paradossi delle misure massime dei prodotti ortofrutticoli o della programmazione forzata delle quote di produzione di prodotti come il latte o il vino.

In questo modo l’Euro-burocrazia ha anche perso di vista i mercati, le leggi basilari della domanda e dell’offerta, arrivando ad incentivare la non coltivazione dei fondi e riducendo nel tempo la capacità delle imprese e dei territori di trovare nuovi mercati sui quali esportare. “Oggi, con le guerre commerciali in atto e con il new deal commerciale degli Stati Uniti che hanno detto stop allo squilibrio tra importazioni ed esportazioni nei rapporti bilaterali – prosegue – le mille e una contraddizioni dell’Unione europea sono letteralmente esplose, presentando ai cittadini europei un conto danni che non deriva da Trump, ma che è frutto di imposizioni che hanno impoverito territori e comunità, sostituendo alla produzione la sovvenzione per poi fare degli aiuti di Stato il nemico pubblico numero uno”.

Il danno della pigrizia imprenditoriale

“La politica dell’Unione europea – conclude Solinas – ha generato una sorta di “pigrizia imprenditoriale e mentale” come regola di ingaggio di comunità svuotate della voglia del fare, di affermarsi e di farlo sulla base delle loro potenzialità specifiche e spesso uniche. Basti pensare che la sola Spagna conta 17 comunità autonome. E l’idea di avviare una ricostruzione sana dell’idea di Europa muovendo dalle grandi isole mediterranee non ha nulla di casuale”.

Secondo il segretario nazionale del PSd’Az solo un’Europa che riconosca e non si vergogni delle sue diversità, di popoli, di etnie, di culture e di storia, ha la possibilità di rilanciare tra i cittadini quella splendida e originale idea di una Comunità fondata sui valori della pace, della libertà, dell’equità e della democrazia che può garantire l’indipendenza e la prosperità personale e collettiva.   Ma si deve rinunciare una volta per tutte all’UE delle norme, dei manuali, dei regolamenti, della burocrazia ipertrofica e incontrollabile.

Il futuro può essere disegnato solo dal Mediterraneo

“Le grandi isole del Mediterraneo sono state la culla di un’Europa che nel Mediterraneo è nata e nel Mediterraneo può ritrovare motivazioni autentiche di popoli che si riconoscono sempre meno in Bruxelles, così come nel dominio di pochi Stati che erroneamente hanno pensato di poter annichilire le autonomie territoriali. Bisogna prendere atto che i modelli produttivi che pure hanno ben funzionano in alcuni contesti non necessariamente sono direttamente estensibili ad altri territori con gli stessi risultati. Qui sta il fallimento dell’omologazione e il nodo da cui ripartire nel momento in cui le grandi democrazie e lo stesso modello di stato ottocentesco sono in crisi in tutto l’Occidente. La risposta a tutto questo potrebbe essere proprio la ricostruzione di un grande progetto federalista europeo fondato su un nuovo protagonismo dei territori e delle autonomie in grado di dispiegare finalmente il potenziale delle tante diversità, peculiarità e specialità del Vecchio Continente”.

Bruno Dardani, 31 agosto 2025

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