
Qui al bar continuiamo a seguire la succosa telenovela quirinalizia. E dopo la nota storica di ieri, oggi è arrivata la vera analisi politica. Il nostro Astensionista, che si astiene dal voto ma mai dalla bomba alla crema delle 7, ci ha invitati a porre l’attenzione su due dettagli della “chiacchierata in libertà” dell’improvvido Francesco Saverio Garofani.
Primo: nell’entourage del Colle non ripongono una grande fiducia in Elly Schlein e nel suo Pd. Si rendono conto che la strategia del campo largo, ridotto all’inseguimento di Maurizio Landini e stretto tra gli estremismi di Avs e le ambiguità di Giuseppe Conte, alla lunga rischia di rimanere perdente. Alla fine, il vero “complotto” dell’establishment è quello ai danni della Schlein, criticata in modo diretto o indiretto ogni due per tre dai numi tutelari della sinistra, come Romano Prodi, e insidiata da un altro ex dc di palazzo, Paolo Gentiloni.
Secondo: l’eventuale strategia per soffiare agli inadeguati protagonisti della compagine progressista il compito di sfidare la destra, benché vagheggiata da un uomo di grande esperienza politica come Garofani, si scontra con l’enorme problema del consenso. Prodi ha 86 anni; può “benedire” un listone centrista, ma non guidare il Paese, forse nemmeno dal Quirinale. E chi dovrebbe essere, allora, l’uomo nuovo in grado di attirare gli elettori, sia pescando voti tra il Pd e Forza Italia, sia mobilitando il corpaccione dei delusi? L’Astensionista ce lo ha detto chiaro e tondo: dovremmo affidarci a Ernesto Maria Ruffini? L’ex capo dell’Agenzia delle Entrate? Chi non va più alle urne perché è incazzato nero andrebbe a votare l’esattore delle tasse? I più non sanno chi sia; quelli che lo conoscono, probabilmente hanno ricevuto a casa le cartelle del Fisco.
E allora anche noi, che ci limitiamo a preparare caffè e sfornare cornetti, grazie all’Astensionista ci siamo ricordati che qualcosa può ancora schermarci da qualsiasi trama politica: la cara vecchia democrazia. Più forte persino del Quirinale.
Il Barista, 20 novembre 2025
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