Qui al bar abbiamo capito che c’è un modo per dire quello che tutti pensano, cioè che la Nazionale francese è praticamente una squadra africana, senza essere tacciati di razzismo: sostenere che il carattere multietnico della squadra sia un pregio. Non si spiegherebbe se non con questo doppio standard, con questo razzismo di segno contrario, l’indignazione prima per la battuta di Luis Chilavert, ex portiere del Paraguay, poi per le parole di Mariano Rajoy, ex premier spagnolo del Partito popolare. Entrambi considerati ora suprematisti bianchi, anche se Chilavert non ha esattamente la carnagione chiara di Haaland.
Su Avvenire di qualche giorno fa, infatti, si tessevano le lodi (politiche, mica calcistiche) del fuoriclasse Kylian Mbappé, definito il “simbolo di una nazionale costruita sull’incontro di storie, migrazioni e radici africane”. Praticamente lo stesso concetto espresso da Chilavert (“Ora la Francia è una squadra africana”) e Rajoy (“La Francia ha una rosa di altissimo livello, senza francesi”), solo che volto in positivo, con il solito idillio della migrazione e del meticciato che nobilita e arricchisce (sì, le tasche dei trafficanti di esseri umani). Quello di Avvenire, dunque, non poteva essere razzismo, anche se tutti i protagonisti di questa disputa woke hanno dovuto constatare ciò che è assurdo sia oggetto di contestazione, visto che è evidente: la quasi totalità della formazione transalpina ha giocatori di origini africane.
Magari vinceranno il Mondiale: forti, sono forti. Quasi imbattibili. Come l’ipocrisia di chi vede il razzismo nella mera osservazione di un palese mutamento nella composizione etnica di un gruppo, salvo poi farsi latore di un paradossale razzismo ribaltato, in cui l’importante è avere la quota nera perché aggiungerla rende più forti. Almeno abbiamo capito cosa dire, quando vogliamo dire la verità.
Il Barista, 13 luglio 2026
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