L’uranio di Mussolini

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Un bel mattino del 1934 il primo dei protagonisti della nostra storia si ritrova in mezzo a un gruppo di giovani fascisti inneggianti alla Quarta Sponda assiepati nelle anticamere del Popolo d’Italia. Li ha convocati il direttore del giornale, nientepopodimeno che Benito Mussolini, Duce del Fascismo. Si tratta di «poeti» invitati a mettere la loro giovane penna a disposizione dell’Impresa. Il protagonista riconosce nella folla alcuni emergenti come Vitaliano Brancati e Indro Montanelli. Che, com’è noto, faranno poi carriera anche sotto la Repubblica, pur se in campi opposti. Sì, ma lui, il nostro protagonista, non è un «poeta» né un giornalista rampante, perché è stato convocato lì? Perché è in pratica un agente segreto dei servizi italiani. Così comincia un giallo intrigante e d’epoca, L’uranio di Mussolini. Un’indagine serrata nella Sicilia del Ventennio fascista, di Franco Forte e Vincenzo Vizzini (Mondadori, pp. 520, €. 21). Dopo che Lui, grazie a Pennacchi e Scurati, ha vinto due volte il premio Strega, il tema può (forse) considerarsi sdoganato e anche i giallisti possono pescarci. Ma torniamo alla vicenda.

Il nostro agente segreto viene subito dirottato in un ufficio riservato del quotidiano milanese. Qui si ritrova alla presenza nientedimeno che del Duce in persona, affiancato da Italo Balbo, maresciallo dell’aria e recordman internazionale di trasvolate (a Chicago gli hanno eretto una colonna commemorativa e addirittura intitolato una strada). E c’è anche uno sconosciuto, un borghese mai visto prima. Solo quando questo si presenta, all’agente scatta un campanello in testa. Si chiama Enrico Fermi, non è famoso come Marconi ma ai servizi sanno bene chi è: è uno scienziato, anzi una delle glorie nazionali. Il Nostro viene subito messo a giorno della situazione. Fermi è in grado di confezionare un’arma fantastica e dalla efficacia inaudita, che però funziona a uranio, metallo misterioso di cui l’Italia è, ahimè, priva. Per fortuna ne basta poco, e perciò si può andare a rubarlo. Dove? Nel Ciad. Ma è protettorato francese! Vero, ma noi abbiamo Balbo e un blitz aereo andata-e-ritorno si può fare. E che c’entro io? Eh, sappiamo che anche gli inglesi fanno ricerche del genere e sono in allerta guardinga. Perciò? Perciò, sia per depistare le loro spie, sia per non avere problemi di rifornimento, è stata scelta la Sicilia meridionale per approntare una base di decollo e atterraggio ultrasegreta. Da lì partirà la missione.

E il protagonista del giallo ancora ripete: sì, ma che c’entro io? Ed ecco il plot dell’intero libro: l’agente incaricato di trovare la location adatta è stato rinvenuto ammazzato in provincia di Ragusa. Il Nostro deve andare laggiù in incognito e scoprire chi è stato e, soprattutto, perché. Il Nostro parte, dunque, e, per forza di cose, si trova a dover collaborare con il commissario di polizia locale. Il quale frappone ostacoli e diffidenza, dal momento che non capisce chi sia quello e perché gli sia stato ordinato di portare avanti le indagini insieme a lui. Né, tantomeno, quello può dirglielo. Ah, per i lettori ormai avvezzi al parlare siciliano di Montalbano: quest’ultimo è agrigentino, quello del giallo è ragusano. Sono molto simili, ma non uguali. Comunque, tranquilli: altrettanto comprensibili.

Rino Cammilleri, 14 agosto 2021

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