Ma Rogoredo resta Rogoredo

Il caso del poliziotto che ha messo in scena la "legittima difesa" modificando la scena del crimine non può essere usato come clava ideologica per negare un problema reale

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rogoredo

Il caso dell’agente Cinturrino — il poliziotto coinvolto nei fatti del boschetto di Rogoredo — sta diventando l’ennesima clava ideologica brandita da una certa parte politica contro un bersaglio ben più grande: il tema della sicurezza nel Paese. E l’operazione è fin troppo scoperta.

Se davvero, come sembra emergere, ci troviamo davanti a una “mela marcia”, allora la prima reazione di chi crede nello Stato di diritto non può che essere una: indignazione. Non imbarazzo. Non silenzio. Indignazione. Perché chi difende le forze dell’ordine difende la legalità, non l’impunità. Difende un principio, non un uomo in quanto tale.

Ed è proprio qui che si consuma la scorrettezza intellettuale più grave: trasformare l’eventuale colpa di un singolo in un’arma per negare un problema strutturale — quello della sicurezza urbana, del degrado, dello spaccio fuori controllo in zone come Rogoredo — è uno scellerato esercizio di cinismo politico. Una scorciatoia fin troppo comoda per evitare il merito della questione.

I commenti:

Una pecora nera non delegittima un intero gregge. Una mela marcia non cancella la bontà del raccolto. Se un agente tradisce la divisa, è lui a doverne rispondere. Non per questo diventa automaticamente falsa o inventata la percezione — e spesso la realtà — di un Paese in cui l’insicurezza è cresciuta, soprattutto in contesti segnati da immigrazione irregolare, microcriminalità diffusa e territori letteralmente abbandonati, che sembrano sempre più sfuggire al controllo dello Stato.

Sostenere il contrario è un capolavoro di malafede: significa usare un caso individuale per assolvere un sistema che fa acqua da tutte le parti. È il tentativo di dire: «Vedete? Avevamo ragione noi. Il problema non è la sicurezza, ma chi la invoca». Come se denunciare lo spaccio a cielo aperto o il degrado delle periferie fosse un capriccio ideologico.

Chi ha espresso solidarietà alle forze dell’ordine, pertanto, non può essere accusato di nulla né tantomeno messo a tacere. È chiamato, semmai, a ribadire un punto fondamentale: la legalità non è una bandiera da sventolare a giorni alterni. Vale sempre. Vale contro i delinquenti comuni, ma anche contro eventuali servitori infedeli dello Stato.

Negare il problema della sicurezza sulla base di un singolo caso è un atto di propaganda politica, non certo di analisi. E farlo mentre interi quartieri convivono con spaccio, violenza e illegalità quotidiana significa voltarsi dall’altra parte.

Il punto non è dunque difendere l’uomo. Il punto è difendere la realtà. E la realtà, per quanto la si voglia piegare alla polemica del giorno, resta ostinatamente sotto gli occhi di tutti — tranne di chi ha deciso, per convenienza o per ideologia, di non volerla vedere.

Salvatore Di Bartolo, 25 febbraio 2026

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