Sul tema sempre più caldo dei referendum, sono rimasto sorpreso dalla bislacca scelta della premier Meloni, la quale ha dichiarato di recarsi al seggio ma senza ritirare la scheda. Ciò, in concreto, non cambia nulla in merito al quorum, dato che il suo non—voto non verrà conteggiato.
Ora, nel complesso, da liberale sempre deluso in un Paese afflitto da uno statalismo endemico, finora mi sono sentito di dare un voto sopra la sufficienza alla linea di governo impressa dalla leader di Fratelli d’Italia, necessariamente prudenziale sul piano dei conti pubblici. Tuttavia, in questa ultima fase, complice anche la difficoltà di tenere insieme i buoni rapporti con l’imprevedibile Trump e gli interessi che ci legano all’Unione europea, sta venendo fuori con maggiore chiarezza qualcosa che era già emerso sin dalla nascita dell’attuale esecutivo: una sempre più marcata propensione della Giorgia nazionale a barcamenarsi in tutta una serie di arditi equilibrismi di chiara matrice cerchiobottista.
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Una propensione quasi naturale quando, dopo anni di opposizione dura e pura, si è chiamati a guidare un Paese pieno di problemi e di ritardi come il nostro, in cui basta il minimo errore comunicativo per perdere importanti quote di consensi: ma quando è troppo è troppo. Sui cinque referendum, uno più strampalato dell’altro, e che la base elettorale a cui fa riferimento la Meloni non sembra apprezzare in alcun modo, la nostra poteva evitare di restare in equilibrio sul filo sottolineandone l’inutilità politica, senza però svilire lo strumento del referendum, il quale dovrebbe essere usato per temi che realmente riguardano l’intera popolazione.
In questo senso, contrariamente alla figura super partes del Capo dello Stato, il quale in teoria dovrebbe sforzarsi di rappresentare tutti gli italiani, il presidente del Consiglio quando agisce sostiene ovviamente di farlo in nome dell’interesse nazionale, ma egli o ella non deve dare conto a tutti i cittadini indistintamente, bensì a coloro i quali lo hanno appoggiato e sostenuto nelle urne, condividendone il programma di massima.
Pertanto, il rischio di questo evidente cedimento alla martellante propaganda della sinistra politico-sindacale è quello di deludere una parte di questi ultimi, senza peraltro raccogliere consensi dall’altra parte di una barricata nella quale domina il rigurgito massimalista di Schlein, Landini e compagnia cantante.
Claudio Romiti,4 giugno 2025
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Immagine generata da AI tramite DALL·E di OpenAI


