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Ma un Sanremo senza canzoni e senza cantanti, che senso ha?

Il festival è finito, deo gratias. Vince Sal da Vinci, tamarraggine da matrimoni

festival di sanremo sal da vinci
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Ha fatto non bene ma benissimo la regia a staccare via dal bacio saffico della Levante con quell’altra, ha tutelato qualche milione di disgraziati residui che non ne possono più del patetico carrierismo woke di quanti, non sapendo come rilanciare una carriera traballante, s’inventano le solite manfrine, i bambini di Gaza in funzione del genderismo in funzione del piazzamento con strizzatina d’occhio e di palle al subgiornalismo segaiolo di sinistra che si straccia le vesti. Se le stracciassero. Rigurgitiamo di questi siparietti che perfino nelle scuole dell’obbligo sono scontati, sono stucchevoli. Che poi, vai a sapere se il regista Pagnussat in realtà non abbia voluto non indispettire gli islamici in pieno Ramadan, qualcuno anche a Sanremo.

Il Festival finisce, deo gratias, vince Sal Da Vinci con la sua tamarraggine da matrimoni & vicoli, e giuro su la mia beltà che lo dicevo dal primo giorno, testimoni i miei amici di chat e non chiedetemi come osavo: se andate a riprendere il primo pezzo vi avevo dato un indizio. Finisce un allucinante Sanremo, diverso no, peggiore sì nella continuità dell’ipocrisia: subito il pippone per dire, senza dirlo, che Trump è la rovina del pianeta, non gli ayatollah, non i dittatori, quello là, “dovevamo dirlo” si cautela il cristiano e democratico Conti, a tre voci lo dicono, anche la trasversale Cardinaletti che sotto i governi di sinistra correva dietro ai novax per importunarli e col governo di destra conduce inspiegabilmente un festival canzonettaro. Dove le militanze restano in scia, non si conta il numero di guitti e istrioni che si agitano per far sapere, sempre in funzione di carriera, che sono dalla parte giusta e votano il referendum dalla parte giusta: certi lo dicono in conferenza stampa, come la Malika dalle presunte sinergie spericolate. Quell’altra con la spilla palestinese, il Meta convinto di essere uno bravo e giusto, più pesante di Zuckerberg nel suo musicalmente corretto. Festival della pesantezza, e della noia, la noia, la noia: pesantissimi i figli di papà problematici coi soldi, le menate, i lesbobaci, il no grazie dei fiori maschilisti, le demenziali seghe sul patriarcato, non ci manca mica niente. Predicassero di meno e razzolassero meglio, tutti questi dritti & dritte.

Siccome qui non facciamo sconti da nessuna parte, resta nella piattezza globale totale da annotare la presunzione, pesantissima, da peso atomico, del secredente Leopardi, Mogol, che considera emergenza nazionale, roba da protezione civile correre a ritirare premi. Mastodontici i comici senza umorismo, a parte Nino Frassica che è di un’altra specie, lui è un giocoliere di concetti oltre che di parole che gli permettono un sarcasmo impalpabile ma velenoso. Pesantone Conti che è un cartonato, ha un’espressione sola, il compiacimento toscano qualsiasi cosa accada, l’aria di chi pensa ovvìa, un altro milioncino cascato in tasca. Gravosa la Pausini con la sua vocetta da eterna adolescente, ma chi gliel’ha fatto fare.

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Di pesante leggiadria la varia modellità, di peso atlantico, nel senso di Atlante, le diversamente canzoni, la falsa monogamia di Sal da Vinci, la pretenziosità della ossuta ma pesante pedante Levante, questa Carmen Consoli che non ce l’ha fatta e per fortuna anche l’originale è sparito dal radar, opprimente il muezzinato con mamme maranza di scorta, macigni a valanga la quota influencer delle Sara Mattei, la militanza lesbopiddì delle impegnate (su se stesse), il diritto ereditario delle folgorate, il vittimismo attivo, pugni chiusi e mani aperte, prediche, fatturati, società ad hoc e divagazioni fiscali, pesanterrimo il familismo totalmente sdoganato, non c’è cantante che non arrivi avvolto in un tripudio di relativi, figli soprattutto, figli dappertutto, dentro fuori sopra sotto davanti e dietro il Festival, agenzia di collocamento per figli e ci vuole la faccia di Gassman padre a lamentarsi pure, voleva starci in mezzo anche lui. TeleMeloni con gli ospiti (e i conduttori) di domani, d’accordo, ma c’è anche tanta, tanta TeleLella con relativi fictionari. E tutti che tengono famiglia e tanta, tanta assai. Una tale esplosione di raccomandati, in tutti i sensi, da tutte le parti, non può che esorcizzarsi nella spartizione virtuosa: se tutti siamo protetti e protettori, non è andazzo di malaffare ma inclusione, equilibrio.

Un Festival “democratico e cristiano” con dentro tutti i difetti della destra e della sinistra e nessun pregio. Tartufesco vuoto di tutto, pieno di niente, con la forza dell’impudenza e dell’impunità. Ci sarebbe molto da cambiare, ma niente cambierà (a parte il direttore artistico). Ci sarebbe da cercare altrove, ma è tutto troppo corroso lì dentro, sono in troppi a comandare, a far di necessità virtù, se perfino un senatore come Arbore mentre ammette che le canzoni non esistono prova incredibilmente a salvare il salvabile, dice che il Festival non gli è dispiaciuto, allora sta dicendo che la baracca va tenuta su anche se casca a pezzi, se fa acqua da tutte le parti. È dura da smettere la mentalità aziendalista, anche a 90 anni, ma un Festival senza le canzoni e senza cantanti che senso ha? Questo toyotismo applicato alla Rai che logica ha? Quello dell’indotto, per dire fare soldi per fare soldi per fare soldi: se ci sono altre prospettive, chiedo scusa, non le ho viste. Ma la Rai è il posto dove i telegiornali dopo l’inverno più gelido e torrenziale degli ultimi 50 anni dicono che è stato il più arido e siccitoso e “preoccupano le temperature sopra la media”, per dire un posto dove mentire non è solo lecito ma doveroso. E dove i ciambellani spacciano per successo epocale un fiasco mica male.

Ma sì, tira dentro Cecchettin, questo simbolo maschile delle vittime femminili. E dài, fai entrare Bocelli a cavallo, come Giulio Cesare, tanto dopo il trash c’è il cringe. I Pooh paiono usciti da un fumetto di zio Tibia, la Patty starebbe bene in replay con Fogli per la gioia di Dario Argento. La “Dito” versione piagone, De Martino, anche lui la forza delle connessioni, non pigliamoci in giro, riceve il passaggio di consegne da Conti che non vede l’ora di sbarazzarsi dell’ambaradan e del ramadan e finge di commuoversi. Max Pezzali lo scambi per Nordio, Fulminacci per i Ricchi e Poveri, Maria Antonietta & Colombre per i cuoricini, Tredici Pietro per il figlio di suo padre, Leo Gassman per il nipote di suo nonno, Mara Sattei per una influencer a caso, Luché per la trombetta allo stadio, Chiello per un cantante, Sayf per Toto Cotugno, Samurai Jay per Sayf, Sanremo per un Festival della canzone italiana.

Quanto a noi, abbiamo preso tutto sul serio per gioco e per gioco sul serio, abbiamo sorriso (spero di aver tenuto un po’ di buona compagnia), ci siamo incazzati, indignati, disperati a volte, abbiamo considerato urgente ciò che era trascurabile, inseguito drammi di cartone, cercato di trovare una luce di allegria in fondo a un tunnel di vita sempre più disperante e di colpo niente resta, tutto è andato e niente era vero, niente era importante. Così è la vita. Così è Sanremo. E adesso scusate, devo correre a prendere un elicottero al volo.

Max Del Papa, 1° marzo 2026

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