Magyar ci salvi dall’irrilevanza di Ursula

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Ursula von der Leyen e Peter Magyar

Dunque l’Ungheria ha cambiato pagina. Péter Magyar (fino a qualche anno fa pupillo di Orban) e il suo partito Tisza hanno conquistato una maggioranza netta ponendo fine ai sedici anni del dominio di Fidesz. Grande giubilo a Bruxelles: la soporifera Ursula Von Der Leyen domenica sera (per la guerra in Iran nel weekend non fu così proattiva…) ha subito scritto un tweet per congratularsi con Magyar, annunciando che l’Ungheria torna finalmente sul “sentiero europeo”. Sembra un sollievo per l’attuale establishment UE, ma è davvero così?

A ben guardare Orbán, nonostante la narrazione strappalacrime, era il nemico ideale: sovranista isolazionista, ostile per principio, ben gradito sia agli Usa che alla Russia e quindi facilmente accusabile di essere (a torto o a ragione) un distruttore del sogno europeo. Insomma Orban lo si poteva dipingere come l’eterno antagonista, l’agente alloctono da tenere a distanza a colpi di veti e di procedure di infrazione.
Magyar invece è diverso. È sì ex delfino di Orban, ma è anche un europeista convinto; ha condotto una campagna rispettosa, identitaria, conservatrice, fortemente focalizzata sul voler demolire il sistema di corruzione generatosi negli anni del suo ex maestro. E sull’Europa? Chiede un dialogo costruttivo con la Commissione, la necessità di una difesa comune, un’Unione più solida e coerente. Nel fare questo Magyar afferma però di non voler mai rinunciare alla sovranità ungherese, alla difesa dei confini, al modello di famiglia tradizionale né alle radici cristiane del suo Paese.

E proprio in questa combinazione interessante si concretizza il pericolo maggiore per Von der Leyen. Magyar non attacca l’Europa dall’esterno. Entrerà dalla porta principale, probabilmente come legittimo membro del Partito Popolare Europeo e dunque paradossalmente all’interno della maggioranza attuale. Quindi può sedersi al tavolo del Consiglio non come ospite sgradito, ma come interlocutore che ha una grande credibilità e che ha sconfitto uno degli incubi dell’Europa unita.

E qui viene il bello. Magyar ha la possibilità (si spera con tanti altri) di erodere il progressismo fallimentare di Bruxelles dall’interno, di dimostrare che essere europeisti non significa accettare l’agenda iper immigrazionista, gender, woke, green e inutilmente ridondante imposta da Bruxelles.

E questo schema spezzerebbe per sempre un tabù ancora vivo e vegeto, una dicotomia terrificante su cui si regge l’attuale maggioranza: o sei europeista (europeista nell’attuale significato del termine, cioè progressista che strizza l’occhio al socialismo) o sei antieuropeo. Magyar invece potrebbe mostrare che esiste una terza via: un’Europa forte e unita che però resta fedele alle proprie radici identitarie e cristiane. Non resta che augurare alla nuova leadership ungherese di riuscire a essere pienamente europea senza piegarsi all’ideologia dominante; a quel punto non sarà più un sogno pensare che il castello ideologico di Bruxelles possa cominciare a scricchiolare. Forse quest’analisi è un sogno impossibile da concretizzare, ma sarebbe un buon inizio per tirare fuori l’Europa da una irrilevanza tragicomica.

Alessandro Bonelli, 14 aprile 2026

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