Mamma, dove sei mamma

Renato Zero torna sul palco con il tour "L'OraZero", il nuovo giro di giostra per il più grande artista italiano

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renato zero (1)

“Mamma!”. Dove sei mamma. Dove sta l’amore mamma. Dove è finita la dignità mamma. Si apre così, con una invocazione che maschera il disappunto, forse non la rassegnazione, forse una certa disperazione, certo un’amarezza arresa, ammessa, il concerto di Renato Zero, nuovo giro di giostra che lo porterà a spasso per tutto l’anno con “l’OraZero tour” a seguito dell’eccellente, omonimo album uscito a ottobre. È un live spiazzante, perfino sconcertante per diverse ragioni: ti potresti aspettare una festa, sulle certezze dell’esperienza da uno che ha vinto tutto, che ormai si esibisce per il puro piacere di farlo – “sono nato per questa vita”, e se pure si presentasse senza cantare una sola nota, oramai sarebbe trionfo; la festa c’è, perché Renato è Renato e sa sempre trasformare un appuntamento in una enorme bisboccia per la sua gente. Quel piacere esigente di ritrovarli e ritrovarsi. Ma tu non ingannarti, ascoltatore, sorcino che va per divertirsi, come ad un rituale: tu non sottovalutare l’atmosfera struggente, sfuggente di un concerto dove, almeno questa sera, l’ironia vela l’insofferenza, l’amore riveste nelle espressioni di Renato tratti severi, a volte feriti, a volte sconsolati: non è solo che gli sta sui coglioni Trump, è la confessione, che pochi sapranno cogliere, di un artista, di un uomo che a questo punto della sua vita, della sua carriera, viene a dirti: mah, io non ci capisco più un cazzo di questo mondo.

C’è un mood a tratti cupo, che per quanto riguarda chi scrive, rappresenta il valore aggiunto di tutta la situazione. C’è Renato che come sempre indulge al passato, il suo irripetibile passato, che più lo narri e più non sembra vero, solo che questa volta la tenerezza della nostalgia lascia il posto ad una sorta d’insofferenza ulcerata e lui si permette, in memoria delle antiche offese, di rievocare insulti irriferibili, che ormai non si concedono più neanche Iggy Pop o i Rolling Stones, che io non ho ascoltato neppure nei più famigerati concertini underground, e per di più aggiunge sarcasmo all’insulto: “Se c’è qualche minorenne, chiedo venia”. Per niente risolto, Renato, per niente pacificato. Assolutamente non pago. È un concerto tirato, in modo a momenti sorprendente. La cifra resta melodica, resta nella ricerca e nella riscoperta della tradizione italiana, dal melodramma alla romanza, che è difficilissimo, ma certi episodi sfogano un respiro convulso, asmatico. Su Ricreazione, che è una canzone spaventosa sui bambini in mille forme abusati, la musica pare rotolare fuori dai diffusori, fuori dalla stessa furia disperata di Zero mentre il grande schermo manda immagini di stupenda crudezza, come io ricordavo in certi live di rock sotterraneo negli anni Ottanta-Novanta.

Ulteriore merito di un artista gigantesco, ed è difficile coglierne appieno la cifra, che ha sempre saputo intercettare tendenze, istanze in apparenza lontanissime: riproponendole in meglio. Quando addirittura non le ha anticipate, perché va detto anche questo, che molte cose viste e ascoltate oggi sono la brutta, bruttissima copia di intuizioni scoperte da Renato quaranta, cinquanta anni fa. Il maxischermo, a proposito, è usato con molta intelligenza, raramente in enfasi estetica, quasi sempre funzionale al brano: fioriscono elaborazioni grafiche sofisticatissime ma non fini a se stesse, piuttosto vengono riproposte in modo insistente le singole parole, gli specifici versi dei brani, a sottolinearli, a creare un esubero di significante oltre che di significato. Ogni tanto il “sipario” si apre e rivela la proiezione di un’orchestra di 35 elementi che pare suonare davvero alle spalle della band con tanto di gruppo corista. Così si risolvono oltretutto un sacco di problemi, perché Renato da tempo ormai ha deciso per la soluzione minimalista del palco, solo i musicanti, e come addobbo una serie di O, lo Zero che racchiude tutto, che concentra tutto: come una griffe, non c’è bisogno d’altro.

È un concerto elegante, pieno di brani dell’ultimo disco, pieno di medley, che spazia molto perché il repertorio a questo punto è sconfinato, che non lesina intermezzi testuali ora recitati personalmente da Renato, ora affidati alle proiezioni di teatranti quali Gabriele Lavia e Luca Ward. Poi ciascuno può inabissarsi nel sole dei suoi 16 anni, chi con Guai, chi con Io uguale io, intensissima, Motel, Cercami, Marciapiedi, La rete d’oro (ma perché nessuna dal triplo Zerosettanta, che era pieno di canzoni fantastiche?). Per non dire di No, mamma no, la prima sassata, subito, quasi in esergo: immaginatevi voi, aprire con Sogni nel buio, tragico canto spezzato di un feto che si appresta a vivere mentre la madre lo annienta, terribile oggi come nel ’73, polemicamente coraggiosa oggi più che nel ’73, legata all’invocazione, Mamma! Che stai facendo tu, che sta facendo il mondo? E le liriche che conoscevamo lasciano il posto a nuovi versi, in parte improvvisati. La voce sempre enorme e sorprende una tale capacità in uscita, di solito chi “spara” finisce in testacoda, lui mai una sbavatura, mai che stoni, e nella potenza c’è il controllo delle sfumature, delle coloriture. Sono tecniche che partono dall’istinto, dalla dotazione naturale e poi si perfezionano, si mettono insieme in migliaia di concerti, ma oggi la padronanza vocale di questo artista ha dello stupefacente.

E però sempre quel mood, al fondo, non proprio oscuro, questo non direi, ma, ecco, agitato, Irrisolto. Insoddisfatto. Per niente camuffato. Vagamente inquietante se mai. Ci sono dettagli che sfumano, che il pubblico non coglierà mai, ma non possono essere casuali: mentre scorre Libera, altro brano di atroce bellezza sui femminicidi, scritto 25 anni fa, che è pura opera lirica senza pudore e nessuno oggi può permettersi tanto, sullo schermo (vedi a cosa serve uno schermo se usato come si deve) scorrono i nomi di femmine, donne non virtualmente annientate e i caratteri sono quelli antichi di Zerofobia, spigolosi nervosi, lo ricordate Zerofobia, l’album “maledetto” di Zero, quello della svolta, quando l’outsider sottovalutato e boicottato sfondò tutte le porte possibili. Lì lui fu rockstar totale e per sempre. 1977 e, no, non è una coincidenza, questo è un colmo di intenzioni che forse solo Renato può sapere, che offre a tutti sapendo che resterà in se stesso. Scorre questo concerto che appassiona e mette un poco in crisi, questo concerto dove le parole più usate sono due: “mamma”, o madre, e “NO”. Per rifiutare ancora. Per non accettare, non adeguarsi, non arrendersi.

Sempre nell’invito propositivo e a momenti disperato a reagire, ad amare, a cambiare; ma quel NO, che rimbalza, che picchia come un martello sul chiodo delle nostre coscienze! Lungo concerto, più di tre ore, ma non lo afferri, vola via. Ecco, si apre il cielo e piove l’unico inedito della notte, per la madre, con una struttura melodica a brevi frasi ascendenti che non può non trafiggerti. Mamma! L’invocazione adesso non è più di sconforto, è un altro sgomento: “è a questa età che mi manchi di più”. Come a prepararsi. E la madre si materializza, ma non è l’intelligenza artificiale, è Ada che da dove sta orienta, le è stata data facoltà, l’incanto dell’immagine di Giovanni Barca, storico ritrattista di Renato, per un sorriso che è vero, è proprio quello. Perché il figlio possa ricordarlo com’era. Perché è il sorriso del figlio. Il pubblico muto. Diecimila persone in un silenzio devastato, una commozione che spacca la gola, che è fatta di pianto e rimpianto. Si chiude il cerchio dello Zero come si era aperto, “Mamma!”. Titoli di coda ma nessuno riesce a leggerli, occhi troppo velati. A ciascuno la sua assenza. Gli ultimi due accordi di Resta con me, ed è andata.

Max Del Papa, 2 febbraio 2026

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