Politica

Mattarella ha graziato lo scafista (e qui c’è qualcosa che puzza)

Perché il caso del libico graziato da Mattarella pone un problema che va oltre il diritto

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Proviamo a dirlo senza gridare, ma con un minimo di buon senso. La grazia concessa dal Presidente della Repubblica Sergio Mattarella ad Abdelkarim Alla F. Hamad lascia più di una perplessità. Non perché la grazia, in sé, sia uno strumento illegittimo. Anzi. Ma perché, in questo caso, il messaggio che passa rischia di essere profondamente ambiguo.

Parliamo di un uomo condannato in via definitiva a trent’anni di carcere per concorso in omicidio plurimo e violazione delle norme sull’immigrazione. Secondo le sentenze, era uno degli scafisti di un barcone soccorso la notte di Ferragosto del 2015 al largo di Lampedusa. Nella stiva c’erano 49 cadaveri, persone morte asfissiate durante la traversata. Un fatto di una gravità assoluta, che dovrebbe bastare da solo a imporre estrema cautela.

Il Quirinale ha spiegato le ragioni della grazia parziale: il parere favorevole del ministro Nordio, la giovane età al momento dei fatti, il percorso di recupero in carcere, il contesto drammatico della guerra civile libica. Tutti elementi formalmente ineccepibili. Ma messi insieme producono una decisione che, politicamente e simbolicamente, suona stonata.

Perché qui non stiamo parlando di un reato qualunque, né di un errore giovanile. Stiamo parlando di una tragedia migratoria che ha visto decine di morti, uno dei tanti episodi che hanno segnato in modo indelebile la rotta del Mediterraneo. E in un Paese che da anni dice — giustamente — di voler combattere i trafficanti di esseri umani, concedere una grazia a uno scafista condannato per omicidio plurimo appare quantomeno contraddittorio.

Colpisce poi la narrazione che accompagna la vicenda. L’ex calciatore che studia ingegneria, il detenuto che impara l’italiano, si diploma di nuovo, scopre l’arte e la scrittura, pubblica un libro con Sellerio. Tutto vero, per carità. Però restano il concorso in omicidio plurimo e violazione delle norme sull’immigrazione. Il Manifesto e altri quotidiani parlano di una condanna “basata su testimonianze ambigue, incomplete, a volte perfino ritrattate, sicuramente rilasciate da persone ancora in stato di shock”. Ma allora qui le possibilità sono due. O Mattarella s’è lasciato intenerire da un criminale scafista, liberandolo prima del tempo. Oppure i giudici lo hanno condannato a termine di “un processo pieno di lacune” e fatto male. In ogni caso ne esce fuori una brutta immagine del sistema: o le toghe hanno condannato ingiustamente al carcere un calciatore spacciato per scafista, e ora Mattarella lo grazia parzialmente; oppure il Presidente sta regalando uno sconto di pena ad un signore poco raccomandabile.

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Anche perché — dettaglio non secondario — la stessa Corte d’appello di Messina ha respinto l’istanza di revisione della condanna. La colpevolezza penale resta. E allora la domanda è semplice: davvero l’unico modo per “ridurre lo scarto tra diritto e pena”, come scrivono i giudici, era intervenire con una grazia? Davvero non c’era alternativa a una decisione che rischia di essere letta come un segnale di indulgenza verso un sistema criminale che continua a prosperare? Non è un caso se il provvedimento del Colle ha suscitato “stupore e perplessità” in ambienti della Lega.

Franco Lodige, 23 dicembre 2025

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