
Il Presidente della Repubblica ha condannato prontamente la devastazione dei collettivi Pro-Pal nella sede de “La Stampa”. Una dichiarazione tanto doverosa quanto, fortunatamente, pronosticabile: guai se il Quirinale non si esprimesse di fronte all’attacco contro un giornale. Questa celerità nella (comoda) condanna dei fatti di Torino stride però con il silenzio di Sergio Mattarella quando la violenza non colpisce in maniera così precisa e anti-democratica, ma viene praticata da facinorosi e violenti in maniera più subdola, per le strade. In quel caso, quando i collettivi mettono a ferro e fuoco piazze e vie, quasi testando lo spazio che possono prendersi senza che le massime cariche dello Stato trovino il coraggio di chiamare le cose col loro nome, la prontezza dei comunicati si dissolve o, peggio, diventa difesa neanche troppo velata verso i manifestanti.
Molti ad esempio ricorderanno le parole di Mattarella dopo gli scontri dei Pro-Pal a Pisa, quando alcuni facinorosi vennero contenuti dalle forze dell’ordine: “Usare i manganelli contro i giovani è un fallimento”. E allora andrebbe chiesto al Presidente della Repubblica: è davvero così difficile comprendere che alcuni collettivi non hanno nulla a che fare con la democrazia, la libertà, la civiltà e quindi non vanno coccolati? E, di conseguenza, non è altrettanto scontato intuire che l’occupazione di un giornale deriva dal senso di impunità che le istituzioni, Quirinale compreso, sembrano spesso assicurare a questi giovani invasati?
Non è un mistero per nessuno: alcuni gruppi anarchici, Pro Pal, di estrema sinistra, non sono giovani studenti che propongono le loro idee con rispetto. Questi soggetti da anni non si limitano a protestare democraticamente: occupano, distruggono, provocano. Cercano lo scontro con le forze dell’ordine per poi ergersi a vittime, lo bramano e spesso lo pianificano. E sanno che una grandissima fetta della narrazione pubblica (e anche istituzionale) è dalla loro, sanno che è sufficiente una parola come passepartout per svincolarsi da qualsiasi responsabilità: “giovani”. In questo paese essere giovani corrisponde ad essere sempre innocenti e giustificabili. I giovani violenti non sono dei criminali, sono degli attivisti focosi.
È proprio questa retorica tremendamente errata a produrre l’escalation. Un Paese che tratta ogni intervento delle forze dell’ordine come un errore e ogni aggressione dei collettivi come una banale manifestazione movimentata è un Paese che autorizza i violenti a essere più violenti. Perché è evidente: se ogni reazione della Polizia è automaticamente un fallimento (e non la dimostrazione che la Repubblica ha un apparato che la difende), il gioco diventa semplice. E lo Stato si flagella poiché reo di aver protetto se stesso. E in questo il Quirinale purtroppo ha delle colpe oggettive.
Ritorniamo a quei giorni di Pisa. Ricordate? Gli studenti e i collettivi volevano superare un blocco imposto dalla polizia, un blocco imposto a difesa di un obiettivo ritenuto “sensibile”, ovvero la locale Sinagoga. Un obiettivo sensibile come lo è la sede della Stampa che, infatti, oggi giornali, direttori e giornalisti chiedono al ministro dell’Interno Matteo Piantedosi di difenderlo con camionette e celerini. Bene. Quando quei ragazzi tentarono di sfondare il cordone di polizia, gli agenti reagirono nell’unico modo possibile: respingendo l’assalto con cariche di alleggerimento. E ovviamente con gli sfollagente, visto che a quello servono. Ma sia Mattarella che La Stampa urlarono allo scandalo. Gli stessi che oggi invece vergano comunicati di solidarietà al quotidiano o che chiedono maggiore presidio intorno alla redazione. Spiegateci: dovesse succedere di nuovo, come si dovrebbero comportare i poliziotti? Dovrebbero usare i manganelli per difendere La Stampa, oppure dovrebbero star fermi così da evitare che Re Sergio li bacchetti di nuovo? Ci permettiamo di far notare, infatti, che tra i 36 identificati per il raid degli antagonisti c’è anche lo studente di 16 anni già ammanettato sempre a Torino. Domanda: contro di lui è lecito, oppure no, l’uso dello sfollagente?
La verità è che il risultato di questa retorica lavativa nei confronti dei collettivi violenti è che le forze dell’ordine lavorano in un clima in cui qualunque intervento viene messo sotto processo. E intanto i gruppi cercano lo scontro sempre di più, mese dopo mese, alzando la posta. La condanna per l’assedio a La Stampa è corretta. Ma è troppo facile; sarebbe invece più difficile, ma anche più giusto, chiedersi: come siamo giunti fin qui? Perché alcuni si sentono legittimati a silenziare e a minacciare l’informazione? Sarà forse anche perché una dottoressa che ha ricevuto cittadinanze onorarie a tutto spiano nell’ultimo anno dice che queste violenze devono servire da monito anziché condannarle tout court? Chissà.
E quindi, caro Mattarella, così è troppo facile. Se si vuole davvero proteggere la democrazia, bisogna farlo sempre. Non quando gli eventi sono precipitati a tal punto che turarsi il naso non serve più a niente.
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