Medicina, studenti frignoni. Stavolta ha ragione Burioni

Il caso del test filtro per accedere all'Università dei dottori e le contestazioni alla Bernini. Avete criticato "il merito"? Ora ben vi sta

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Burioni

Sarà la solita vecchia storia dell’orologio rotto che due volte al giorno fornisce l’ora esatta. Però stavolta mi tocca ammettere di essere d’accordo con la fu virostar, Roberto Burioni. Il quale, tradendo purtroppo il solito tono un tantino tronfio, ha spiattellato in faccia ai neo-universitari di Medicina una verità ineluttabile: ovvero che i licei e le scuole superiori hanno illuso a tal punto i giovani studenti italiani da pensare che, se otto candidati su dieci non superano un test per l’ammissione al corso, non sono loro ad essere caproni ma il sistema ad aver sbagliato a porre le domande.

Breve riassunto. Come forse saprete, ormai non esiste più il temutissimo “test di ammissione alla facoltà di Medicina” che tagliava fuori tanti aspiranti dottori. Tutti possono iscriversi, studiare qualche mese, poi un esame decide chi può proseguire le lezioni per diventare chirurgo o internista e chi invece deve ripiegare su materie affini. Tipo biologia. O altro. Bene. La riforma del “semestre filtro” è andata in porto per la prima volta quest’anno ed è stato un bagno di sangue soprattutto per colpa degli esami di fisica, cannati da gran parte dei candidati. Apriti cielo. Ieri alcuni presunti studenti hanno contestato ad Atreju il ministro Annamaria Bernini, beccandosi un sonoro “poveri comunisti”. Ma più che comunisti questi sono una generazione di pischelli woke, convinti che tutto sia loro dovuto, che la scuola non debba “inculcare nozioni”, tipo saper fare 3+3, ma solo aprire la mente “allo spirito critico” e accogliere i loro inespressi talenti. Una scuola capace di raggiungere vette inimmaginabili. Vi rinfresco la memoria: quando un alunno di Abbiategrasso accoltellò la professoressa rischiando di mandarla all’altro mondo, una collega disse alla stampa che in quell’istituto “al posto di eccellenza e merito” mettevano “davanti la comprensione” e alle “punizioni esemplari” preferivano “la gestione delle emozioni da parte dei ragazzi”. E infatti per far superare lo choc ai compagni di classe del quasi killer li misero davanti alla tv a vedere Toy Story. A 16 anni.

Quindi non so se sia vero che Burioni avrebbe superato quei test di medicina “al quarto anno di liceo insieme a tutti i miei compagni di classe”. Non so se sia corretto affermare che “a diverse domande avrebbe saputo rispondere correttamente anche uno studente di seconda media”. Non so se “chi ha avuto la faccia di presentarsi a un esame universitario senza sapere a quanti millilitri corrispondono 10 decimetri cubi” dovrebbe “vergognarsi profondamente”. Ma è verissimo, come scrive il professore, che occorre “lamentarsi di meno e studiare molto di più”. Non ci sono scuse. Non ci sono regimi. Non ci sono test esageratamente complicati o “impossibili” (una percentuale del 20% di promossi, semmai, dimostra solo che il “sistema” sta giustamente selezionando solo i migliori). Stiamo parlando di futuri dottori. Non è possibile che pensino di poter passare tutti in cavalleria o che piangano all’idea di fare tre esami in un pomeriggio quando alcuni di loro dovranno affrontare lo stress, e i rischi, di un’operazione a cuore aperto. Ve lo immaginate? “Mi scusi signora, suo padre è morto sotto i ferri. Ma la colpa non è mia che non ho saputo curarlo ma dell’operazione che era troppo complicata”.

Uno degli studenti che ieri ha contestato la Bernini ha affermato al Corsera che se otto candidati su dieci falliscono il test dopo una riforma che dovrebbe prepararli vuol dire che è il sistema a essere sbagliato. Eccerto: io non studio abbastanza; io sono caprone; io non supero l’esame; ma il problema è “del sistema”. Lo stesso “meccanismo educativo”, peraltro, che da decenni studenti e genitori chioccia pretendono “inclusivo” e non basato sul merito, capace di premiare “l’impegno” e non “il risultato” (che poi nel mondo reale è l’unica cosa che conta). “Secondo me la realtà è questa – scrive Burioni -: i vostri figli hanno veleggiato per anni in una scuola che voi avete voluto non selettiva (perseguitando ogni insegnante minimamente severo), che non gli ha chiesto di studiare perché l’importante era esprimere la propria personalità, approdando infine a una maturità che tra mille paure ha promosso il 99,98% di loro”.

Sottoscrivo ogni riga, perché i dati lo confermano. Eppure vedrete che continueremo a far finta di nulla. In fondo siamo il Paese in cui grandi giornali e dotti intellettuali hanno criticato il nome del ministero (dell’istruzione e del “Merito”) perché sembrava un concetto un po’ fascista e decisamente reazionario. Ben vi sta.

Giuseppe De Lorenzo, 12 dicembre 2025

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