Cultura, tv e spettacoli

Mengoni, Elodie, Rose Villain: il nulla per il nulla

C'era una volta la canzone italiana, oggi solo dei giovani con tanto da mostrare ma troppo poco, e spesso nulla da dire

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C’era una volta la canzone italiana, quella dei De André, dei Guccini, dei De Gregori, dei grandi cantautori d’un tempo capaci di affrontare nelle loro canzoni le più disparate tematiche sociali e pacifiste, utilizzando spesso anche la guerra come metafora o contesto per riflettere sul dolore, per esprimere dissenso contro ogni forma di ingiustizia e di violenza e per alimentare la speranza di un mondo migliore.

C’è oggi, invece, una foltissima leva di artisti contemporanei che gode di un discreto successo e di una buona fama, molto dedita all’immagine e alle vendite, ma del tutto incapace di affrontare nella pletora di testi interpretati una qualsivoglia tematica sociale o di attualità che si riveli degna di nota. Una serrata pattuglia di giovani e rampanti interpreti con tanto da mostrare ma troppo poco, e spesso nulla da dire, erroneamente convinta che sia sufficiente indossare un corsetto in un concerto, ancheggiare su un palco con in mano una bandiera palestinese o sventolare il medesimo drappo dal carro di un Pride, per veicolare un messaggio di pace ed eguaglianza o per stimolare nel prossimo un momento di critica e di riflessione.

La Ripartenza

Sono i protagonisti dell’odierno circolo mediatico-musicale della cosiddetta “Generazione Z”, di cui fan parte a pieno titolo i vari Marco Mengoni, Elodie, Rose Villain, artisti autoproclamatisi paladini in Patria del pacifismo disinteressato e della lotta per i diritti civili, senza tuttavia aver mai prodotto, o anche solo interpretato, uno straccio di testo provvisto di un minimo di significatività e in grado di smuovere le coscienze o di indurre nell’individuo un fugace processo di riflessione critica.

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Cantano il nulla per il nulla, incarnano la banalità e la ripetitività del nostro tempo, producendo o interpretando testi del tutto privi di significato o profondità, senza peraltro mai offrire al pubblico dei contenuti provvisti di un minimo di valore artistico e sociale, e poi pretendono di colmare le loro evidentissime mancanze sostituendo all’arte lo spettacolo più becero, in cui la solennità del messaggio scritto e interpretato lascia il posto alla caduca modestia di un messaggio visivo pensato più per far parlare di sé che per far riflettere il prossimo.

E proprio qui, in questo effimero egocentrismo volgarmente contrabbandato per arte, che la musica si spegne, disperdendo il suo più profondo significato e la sua più alta funzione, esattamente come il pensiero critico di chi la ascolta, e persino di invece non vorrebbe proprio farlo, tutti costretti lor malgrado ad affrontare le tematiche sociali più complesse e spinose del nostro tempo sulle note di “Sto bene al mare”, “Click boom” e “Mi ami mi odi”.

Salvatore Di Bartolo, 1 luglio 2025

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