
C’è un passaggio nelle parole del ministro dell’Interno Matteo Piantedosi ad Atreju che fotografa i passi avanti in tema di immigrazione. “Con questi regolamenti noi ci candidiamo realisticamente a fare in 28 giorni, un mese, quello che statisticamente avviene in anni. Già solo questo rende incomprensibile l’opposizione pregiudiziale di chi si oppone perché noi non stiamo dicendo che mettiamo in discussione i canoni fondamentali del diritto d’asilo, ma diciamo è opportuno che queste cose vangano verificati in tempi utili per fare in modo che queste persone non utilizzino il nobile strumento del diritto d’asilo per fare in maniera strumentale ingresso nei paesi europei e poi confondersi” le parole del capo del Viminale.
Il punto, per Piantedosi, non è smantellare il diritto d’asilo, ma impedirne l’abuso sistematico. Un abuso che negli anni ha trasformato una tutela pensata per chi fugge da guerre e persecuzioni in una scorciatoia per entrare in Europa e poi dileguarsi. Il ministro lo dice chiaramente: “La gestione del fenomeno migratorio continua a essere complessa perché i Paesi democratici, giustamente, in base ai principi che nascono dalla Convenzione di Ginevra, sono tenuti a dare ospitalità da chi scappa dalle guerre, da situazioni di persecuzione, ma nello stesso tempo sono tenuti a controllare pure i confini ma anche la difesa dei confini. L’evoluzione di queste due esigenze ha fatto sì che il controllo dei confini diventasse secondario””.
Ed è proprio su questo squilibrio che interviene la nuova riforma europea dell’asilo, approvata la scorsa settimana dal Consiglio dell’Unione europea. Una riforma che, nelle intenzioni, dovrebbe mettere fine a quello che Piantedosi definisce senza troppi giri di parole un sistema indulgente fino all’assurdo: “Con i nuovi regolamenti Ue in tema di migranti non assisteremo presumibilmente, almeno non dovremmo più assistere, in maniera del tutto impunita a sentenze fantasiose, che in qualche modo riconosceranno l’esigenza di proteggere le persone anche magari per il fatto che queste dichiarano all’ingresso di essere preoccupate che il papà le ha sgridate in qualche modo, sto raccontando cose reali, e quindi hanno paura di ritornare indietro per non incorrere nei propri genitori”. E ancora: “Lampedusa era la fotografia dell’ipocrisia che circolava sul tema dell’immigrazione. Un certo culturame immigrazionista era per le porte aperte a chiunque indiscriminatamente, ma poi dal molo in poi non era più un problema di nessuno, quindi i migranti venivano abbandonati a se stessi. Noi siamo ripartiti dall’accoglienza a Lampedusa”.
Parole dure, che chiamano in causa non solo la politica ma anche un certo orientamento giurisprudenziale che negli anni ha allargato a dismisura le maglie della protezione internazionale. La riforma Ue ruota attorno a un concetto chiave: il “Paese terzo sicuro”. Con le nuove regole, uno Stato membro potrà dichiarare una domanda di asilo “irricevibile” già all’ingresso, senza esaminarla nel merito, se il richiedente avrebbe potuto ottenere protezione in un altro Paese considerato sicuro. Il concetto potrà essere applicato in tre casi: se esiste un legame con quel Paese (che non è più un requisito obbligatorio), se il migrante è transitato da lì prima di entrare nell’Ue, oppure se esiste un accordo tra uno Stato membro e il Paese terzo che garantisca l’esame della domanda di asilo. Restano esclusi da queste procedure i minori non accompagnati.
Accanto a questo, per chi arriva da un Paese di origine ritenuto sicuro, scatteranno procedure accelerate, anche alle frontiere o nelle zone di transito, partendo dal presupposto che in quei Paesi non vi siano persecuzioni sistematiche o gravi violazioni dei diritti umani. Nella prima lista europea dei Paesi di origine sicuri dovrebbero figurare Bangladesh, Colombia, Egitto, India, Kosovo, Marocco e Tunisia, oltre ai Paesi candidati all’adesione all’Ue, salvo eccezioni legate a conflitti o violazioni gravi dei diritti. Una svolta che non è piaciuta a tutti: contro hanno votato Spagna, Grecia, Francia e Portogallo. Ma la maggioranza qualificata è stata raggiunta. E Piantedosi non nasconde la soddisfazione per il cambio di clima a Bruxelles: “Ringrazio il commissario europeo Brunner perché dal momento dell’assunzione del suo incarico c’è stato un cambio di passo in Europa”. E ancora: “La fortuna dell’Italia è stata quella di avere una sponda nella Commissione europea e in Brunner su questi temi: sin dal suo insediamento ci siamo subito intesi sui filoni da condividere nelle politiche europee di contrasto all’immigrazione irregolare”.
La riforma apre inoltre la strada ai cosiddetti “return hub”, centri per i rimpatri situati fuori dall’Unione europea, come quelli previsti dall’accordo tra Italia e Albania. La base giuridica ora c’è, come ha spiegato lo stesso commissario Brunner, e diversi Paesi stanno esplorando soluzioni analoghe. Nel suo intervento, Piantedosi ha affrontato anche il caso dell’imam di Torino Mohamed Shahin, destinatario di un decreto di espulsione: “Sta bene, è ristretto in un Cpr italiano, a Caltanissetta, è in una condizione di legittima privazione della libertà personale, che ha resistito ai primi ricorsi che l’interessato a legittimamente proposto. Sta benissimo”. E ha chiarito: “Non c’entra niente l’Islam o il fatto che sia un imam, ma alcune frequentazioni e alcuni tipi di comportamento che per motivi di sicurezza nazionale hanno indotto l’autorità nazionale ad assoggettarlo a quel provvedimento”.
Il messaggio complessivo è chiaro: meno ipocrisie, meno automatismi, più controllo. Resta da capire se la volontà è davvero dalle parole ai fatti. Ma per la prima volta da anni, la direzione sembra non essere quella del “tutti dentro, poi si vedrà”. E non è poco.
Franco Lodige, 13 dicembre 2025
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