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Migranti, la folle sentenza della Corte Ue: “Sui Paesi sicuri decide il giudice”

Per i magistrati dell'Ue, che dovevano pronunciarsi sul protocollo Albania, uno Stato è sicuro solo se "é protetta tutta la popolazione"

Meloni migranti Albania
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La Corte di Giustizia dell’Unione europea si è espressa sul protocollo Italia-Albania, centro del dibattito sulla gestione dei migranti. Il verdetto riguarda la possibilità per i giudici nazionali di sindacare la designazione di Paesi terzi come “sicuri”, decisione che influisce direttamente sulle procedure accelerate di frontiera e sul rimpatrio dei migranti. I lettori in questo articolo troveranno i dettagli della sentenza, gli sviluppi che hanno portato al ricorso, le reazioni dei principali protagonisti, il funzionamento del protocollo, e cosa stabilisce la sentenza della Corte nel merito.

Cosa ha deciso la Corte UE sul protocollo Italia-Albania

La Corte ha stabilito che uno Stato dell’Unione europea può designare Paesi di origine sicuri tramite un atto legislativo. Tuttavia, questa designazione deve poter essere sottoposta a un controllo giurisdizionale effettivo. In pratica, i giudici nazionali hanno il diritto di valutare se un Paese sia davvero sicuro per tutti i segmenti della popolazione. Gli Stati non possono inserire nell’elenco dei Paesi sicuri, Stati che non offrano una protezione sufficiente all’intera popolazione, nemmeno per alcune categorie particolari. Secondo la sentenza, le fonti di informazione usate per la valutazione di sicurezza devono essere accessibili sia al richiedente che al giudice.

L’origine della vicenda: il ruolo dei centri in Albania e il protocollo tra Italia e Albania

Tutto nasce dal protocollo Italia-Albania firmato a novembre 2023, ratificato a febbraio 2024. Il protocollo prevede la creazione di centri di permanenza per migranti in Albania, gestiti sotto giurisdizione italiana. Due migranti del Bangladesh, soccorsi in mare e trasferiti in uno di questi centri, avevano presentato domanda d’asilo. Le autorità italiane hanno respinto la richiesta applicando una procedura accelerata, perché il Bangladesh era stato designato come Paese sicuro tramite un atto legislativo italiano dell’ottobre 2024. I ricorrenti, però, hanno contestato la decisione davanti al Tribunale di Roma, sollevando dubbi sull’accessibilità delle fonti informative alla base di questa valutazione di sicurezza.

Il punto di vista della Corte e i criteri da rispettare

I giudici europei hanno espresso che la designazione legislativa dei Paesi sicuri deve essere soggetta a controllo effettivo da parte dei tribunali nazionali. Questo controllo serve a verificare che vengano rispettati i criteri stabiliti a livello europeo, come la protezione completa di tutta la popolazione del Paese considerato. Il controllo deve essere possibile anche quando lo Stato ha introdotto la lista tramite legge. I giudici hanno sottolineato che fino al nuovo regolamento Ue, con entrata in vigore prevista per il 12 giugno 2026, non si potranno fare eccezioni generalizzate: ogni categoria che potrebbe essere non protetta dovrà essere tutelata. Solo dopo quella data sarà possibile valutare eccezioni per categorie specifiche, chiaramente identificate.

Ira del governo

Subito dopo il verdetto, Palazzo Chigi ha reagito con forza, definendo la decisione come “sorprendente”. In una nota la Presidenza del Consiglio ha scritto: “Sorprende la decisione della Corte di Giustizia Ue in merito ai Paesi sicuri di provenienza dei migranti illegali. Ancora una volta la giurisdizione, questa volta europea, rivendica spazi che non le competono, a fronte di responsabilità che sono politiche”. Sempre secondo il governo, la decisione della Corte “indebolisce le politiche di contrasto all’immigrazione illegale di massa e di difesa dei confini nazionali”.

La questione era stata sollevata a seguito del ricorso di due cittadini del Bangladesh, portato avanti presso il Tribunale di Roma. Dario Belluccio, legale di uno dei migranti coinvolti, ha dichiarato: “Dalla lettura del dispositivo della sentenza della Corte Ue sembra sconfessata la linea del governo italiano. Sembra ci sia stata una vittoria dei principi basilari della democrazia e dello Stato di diritto, a partire dal diritto di difesa e della separazione dei poteri. Oltre che del primato del diritto dell’Unione sulle pretese dei singoli stati nazionali”.

Esulta la minoranza

Alcune forze politiche hanno commentato la sentenza. Nicola Fratoianni, deputato di AVS, ha affermato: “La sentenza della Corte Europea di giustizia è un vero e proprio macigno sulle velleità del governo Meloni e della destra italiana di calpestare il diritto internazionale e il buonsenso”. Raffaella Paita, capogruppo di Italia Viva al Senato, si è soffermata sugli argomenti della Corte, sottolineando che “la designazione di Paesi terzi come Paesi di origine sicuri deve essere valutata da un giudice e un Paese è sicuro se protetta tutta la popolazione”. Filippo Sensi, senatore del Partito Democratico, ha commentato online: “Ciao Albania, è stato bello” in riferimento al protocollo bilaterale. Riccardo Magi, deputato di +Europa, ha sottolineato: “La sentenza è la Caporetto di Giorgia Meloni e dovrebbe mettere fine al progetto di una Guantanamo italiana per la deportazione di migranti”.

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