Cronaca

Cin cinico

Milano allo sbando: 18enne stuprata nel silenzio generale

È successo la scorsa notte a San Zenone Lambro, estrema periferia sud-orientale della città meneghina. Si cerca un nordafricano

Immagine generata da AI tramite DALL·E di OpenAI
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È successo poco dopo mezzanotte, tra sabato 30 e domenica 31 agosto: una ragazza di 18 anni, diretta alla stazione ferroviaria di San Zenone al Lambro per prendere un treno, è stata aggredita nel sottopassaggio vicino ai binari. Un uomo, descritto come uno sconosciuto probabilmente di origine nordafricana, le si è parato davanti, l’ha trascinata in un’area verde adiacente e l’ha violentata. La giovane è stata soccorsa in codice arancione e trasportata al Policlinico, poi alla clinica Mangiagalli per cure e supporto psicologico. Le indagini sono affidate ai carabinieri, si cercherà di risalire all’identità del violentatore grazie ad analisi di registrazioni video e tracce biologiche. Al momento non emergono collegamenti certi con strutture d’accoglienza locali.

Bisogna constatare che nelle grandi città si è raggiunto un preoccupante tasso di assuefazione verso le violenze. Per chi vive a Milano e legge questo articolo, gli avvenimenti descritti sono tristemente normali nella quotidianità. Le violenze sessuali nella sua periferia (e ormai anche in centro) non riguardano casi isolati. E a dire il vero ciò non avviene neanche più solo nel capoluogo lombardo, ma anche nelle altre metropoli che presentano un alto tasso di degrado e clandestinità. E la parte più triste non è solo il ripetersi di simili episodi. È il modo in cui vengono raccontati (o meglio, occultati ad arte) da una certa cultura: davanti a un’aggressione brutale come questa e tante altre, si alzano poche voci, sempre prudenti. Si evita accuratamente di citare la nazionalità dell’aggressore, si tace sulle responsabilità di chi non dovrebbe neppure trovarsi in Italia. Gli stessi intellettuali o attivisti che, quando scoprono chat, gruppi o linguaggi tossici sui social (certamente anche quelli da stigmatizzare, sia chiaro) invocano campagne di rieducazione collettiva contro “gli uomini”, improvvisamente si fanno prudenti, pacati, perfino muti quando a compiere la violenza non è un italiano, ma un migrante clandestino.

Allora il coro contro il “patriarcato” si affievolisce, le indignazioni svaniscono, la colpa diventa astratta, senza volto, figlia di una subcultura che visto che non ci appartiene quasi merita rispetto. È un doppio standard evidente: l’uomo è colpevole a prescindere, nemico ideologico da rieducare. Il migrante invece non va mai neanche citato, nemmeno quando la cronaca restituisce fatti gravissimi, reiterati, che avvengono con una frequenza allarmante. È questa ipocrisia a impedire un dibattito serio sulla sicurezza: un problema non nominato diventa presto un problema non risolto. Le metropoli italiane non sono solo meno sicure: rischiano ormai di abituarsi al silenzio, alla menzogna e alla paura.

Perché quando si arriva a derubricare all’indifferenza una violenza sessuale in stazione e quando l’ideologia vale più della difesa delle vittime, significa che il degrado non è solo nelle stazioni ma anche e soprattutto nella coscienza. E che la malafede di chi si ritiene femminista, contro il patriarcato, attivista e poi chiude gli occhi dinnanzi a questi episodi, facendo però la morale a tutti gli uomini per una battuta fuori luogo sparata da un medico prima di una tac, è ormai totalmente imperante.

Alessandro Bonelli, 1° settembre 2025

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