Milano Quotidiano

A Mantova la magia del “piccolo” Mahler

La 1^ sinfonia ridotta da Alessandro M. Carnelli per 15 strumenti

Foto: © Guido Mario Pavesi
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Difficile arte quella della sottrazione. Lo sanno bene gli scultori – che di questa vivono – ma anche i pittori, gli scrittori e perfino i giornalisti: scrivere un pezzo breve è molto più complicato che scriverne uno lungo: sottrarre senza impoverire è scommessa ardua.

Venendo alla musica, maestro di quest’arte fu Arnold Schoenberg, che insieme ai suoi compagni d’avventura Alban Berg e Anton Webern intorno al 1920 avviò la pratica delle riduzioni di composizioni per orchestra, in primis alcuni dei più celebri valzer di Johann Strauss II. E nei decenni seguenti la prassi si diffuse a livello internazionale, non sempre con risultati degni di plauso (non stiamo parlando delle riduzioni per pianoforte di opere liriche, perché lì siamo nell’ambito prevalentemente della didattica e dei recital).

È lecito quindi che si “drizzi il crine” – prendendo a prestito il “Macbeth” di Verdi – al pensiero che qualcuno possa provare a ridurre le sinfonie di Gustav Mahler, insieme ai poemi sinfonici di Richard Strauss tra le composizioni con organico orchestrale più ricco della storia della musica, fino all’ipertrofia (pensiamo all’8^). Eppure ci hanno provato in molti: lo stesso compositore con il “Das Lied von der Erde” per canto e pianoforte, poi grandi direttori come Bruno Walter, Alexander Zemlinsky e Alfredo Casella (per pianoforte a quattro mani). Ma fu Erwin Stein, nel 1921, a rielaborare la 1^ e la 4^ sinfonia per organico orchestrale ridotto (una quarantina di elementi); mentre Klaus Simon nel primo decennio del nostro secolo si è cimentato con organici cameristici.

È proprio partendo dalla riduzione per complesso da camera della 1^ sinfonia di Mahler (“Il Titano”) di Simon che Alessandro Maria Carnelli ha proposto la sua lettura, ancor più scarnificata: 15 strumenti anziché 16 (manca l’harmonium e il pianoforte ha un ruolo minimalista).

L’interpretazione di Carnelli (Premio Abbiati 2024 per un disco sul mondo del “Wunderhorn” mahleriano), alla guida di eccellenti strumentisti dell’Orchestra da camera di Mantova, è stata esemplare sia nella componente musicologica (la ricerca degli equilibri timbrici e cromatici) sia in quella esecutiva. Una “pulizia”, una trasparenza che hanno permesso di sentire distintamente i singoli strumenti e la ricchezza dell’insieme. L’ensemble ha saputo ricreare sia il canto del primo movimento (con i magnifici interventi di flauto, clarinetto e tromba), sia la pulsione ritmica del secondo e terzo, sia lo scontro tra forze antagoniste del quarto. Con un gesto direttoriale asciutto, severo, quasi ascetico, “magro” e minimalista, Carnelli è stato capace di generare pathos negli esecutori e trasmetterlo agli ascoltatori.

Non bastasse questo, ci si sono messe l’acustica perfetta e l’indicibile bellezza architettonica del settecentesco Teatro Bibiena di Mantova a regalare a noi presenti un’ora di autentica bellezza. La famosa “sindrome di StendMahler”.
Il concerto di domenica 3 maggio è stata l’anticipazione del festival di musica da camera Trame Sonore, che si svolgerà a Mantova dal 29 maggio al 2 giugno. La rassegna verrà presentata domani [martedì 5, ndr] alle 18 in una conferenza stampa alla Scala al termine del concerto del pianista Alexander Lonquich.

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