
Carlo Monguzzi è stato per decenni una presenza costante e spigolosa della vita pubblica milanese. Non il politico della mediazione a ogni costo, né quello disposto a smussare gli angoli per restare allineato. Anche quando sedeva tra i banchi della maggioranza, continuava a comportarsi da coscienza critica, da voce di richiamo, da uomo che preferiva la coerenza all’opportunità. È morto a 74 anni, dopo una malattia rapidissima che negli ultimi mesi lo aveva costretto a ricoveri ripetuti all’Istituto dei Tumori.
A darne notizia è stata la moglie Silvia Ceruti con un messaggio affidato ai profili social del consigliere. Da quel momento, il cordoglio ha attraversato mondi politici anche lontani tra loro. Segno che Monguzzi, al netto delle polemiche e delle frizioni, era riconosciuto come una figura autentica, difficile da incasellare ma impossibile da ignorare.
Dalle aule del Politecnico alla militanza ecologista
Milanese, nato il 18 settembre 1951, laureato in Ingegneria chimica al Politecnico, aveva insegnato matematica al Besta. Ma la sua biografia politica comincia molto prima dell’ingresso nelle istituzioni. Negli anni Settanta partecipa al Movimento studentesco; negli anni Ottanta è tra i fondatori di Legambiente, che guiderà in Lombardia, e tra coloro che contribuiscono alla nascita dell’ambientalismo politico organizzato. Ha anche co-fondato Mondo Gatto ed è stato coautore di “Illusione nucleare” e “Ambientalismo sostenibile”. In lui l’ecologismo non è mai stato una semplice etichetta. Era un impianto culturale, un modo di leggere la città, le trasformazioni urbane, il rapporto tra istituzioni e cittadini. E anche quando l’ambientalismo è diventato linguaggio diffuso, Monguzzi ha continuato a interpretarlo in forma radicale, spesso polemica, certamente non addomesticata.
L’esperienza in Regione e le prime grandi riforme ambientali
Il primo passaggio istituzionale arriva nel 1990, con l’elezione in Consiglio regionale nelle file dei Verdi Arcobaleno, una lista che raccoglieva esperienze della sinistra radicale e del nascente ambientalismo politico. Tre anni dopo diventa assessore regionale all’Ambiente. In quella fase promuove la prima legge sulla raccolta differenziata e il primo piano aria, due provvedimenti che segnano un punto di svolta in una Lombardia già alle prese con i nodi strutturali di rifiuti, traffico e smog.
Rieletto più volte al Pirellone, nel 1995, nel 2000 e nel 2005, concentra gran parte del suo lavoro su alcuni fronti che resteranno centrali anche negli anni successivi: contrasto al traffico illecito dei rifiuti, difesa del suolo, opposizione alla caccia, richiesta di maggiore trasparenza nelle amministrazioni.
L’approdo a Palazzo Marino e la scelta di non uniformarsi
Nel 2011 Monguzzi entra in Consiglio comunale a Milano con il Pd, raccogliendo oltre 3mila preferenze. Sarà rieletto nel 2016, sempre con i dem, mentre nel 2021 si presenta con Europa Verde, senza però aderire formalmente al partito, risultando il primo degli eletti. Anche qui, però, la traiettoria resta la stessa: nessuna disciplina di gruppo intesa come obbedienza silenziosa, nessuna rinuncia alla critica per convenienza politica.
A Palazzo Marino diventa una presenza continua, quasi ossessiva nel senso più rigoroso del termine. Interviene spesso, presidia i lavori, rivendica il dovere di esserci sempre. Diceva che gli impegni si onorano fino in fondo, e non era una formula da circostanza: in Aula era tra i pochissimi a vantare una partecipazione totale alle sedute.
Il particolare rapporto con Sala: tra stima personale e conflitto politico
Con Giuseppe Sala ha avuto uno dei rapporti più emblematici della politica milanese degli ultimi anni. Sul piano personale non è mai mancata la stima, ma sul terreno politico lo scontro è stato frequente e, a tratti, durissimo. Monguzzi era l’unico a rivolgersi al sindaco chiamandolo “Beppe”, e proprio in quella familiarità si condensava un rapporto fatto di tensione e vicinanza.
Sala lo ha ricordato come “un lottatore”, spiegando che i confronti più accesi non avevano mai cancellato il legame umano. Un’immagine restituisce bene questa relazione: anche dopo discussioni animate, i due finivano per lasciarsi con un abbraccio. Ma quell’affetto non attenuava le divergenze. Monguzzi contestava alla giunta una linea troppo tiepida, troppo poco coraggiosa, troppo distante da ciò che lui riteneva dovesse essere una sinistra di governo.
Monguzzi e San Siro: la rottura con la maggioranza
La frattura politica più netta si consuma sullo stadio di San Siro. Monguzzi è tra i protagonisti della battaglia contro la vendita del Meazza e delle aree ai club, convinto che la città stesse cedendo a una logica di demolizione e nuova edificazione che considerava sbagliata nel merito e nel metodo. Dopo il voto di fine settembre 2025, che sancisce il via libera all’operazione, si dimette dalla presidenza della commissione Mobilità e Ambiente. È il gesto che fotografa una distanza ormai diventata insanabile.
Accanto a San Siro, l’altro grande fronte è stato quello dell’urbanistica. Fin dall’esplosione delle inchieste, Monguzzi insiste perché il Comune riconosca gli errori delle prassi contestate dalla Procura, a partire dall’uso della Scia in luogo del permesso di costruire, e chiede che Palazzo Marino si tenga lontano dalla cosiddetta “Salva Milano”. La sua critica alla trasformazione della città era secca: troppa edificazione, troppa compressione del verde, troppa indulgenza verso un modello di sviluppo che giudicava ormai fuori controllo.
Le battaglie civili di Monguzzi: Pinelli, Palestina, Corelli
Negli ultimi mesi della sua attività politica ci sono temi che raccontano bene il suo profilo. Uno è la dedica di una via a Pino Pinelli, l’anarchico morto dopo la strage di piazza Fontana. L’intitolazione dell’ex via Micene, nel quartiere di San Siro, è arrivata grazie a un suo ordine del giorno recepito dalla giunta. Alla cerimonia di marzo non ha potuto partecipare, già provato dalla malattia. Ma il fatto che il suo ultimo post su Instagram fosse proprio dedicato a Pinelli dice molto del filo rosso che ha tenuto insieme la sua storia politica.
L’altro fronte è Gaza. Monguzzi ha sostenuto la sospensione del gemellaggio tra Milano e Tel Aviv e ha parlato apertamente di genocidio. In Aula ha srotolato la bandiera palestinese, fuori da Palazzo Marino si è confrontato direttamente con attivisti e cittadini. Dopo il 7 ottobre 2023 la sua presenza alle iniziative con la comunità palestinese è diventata costante, anche a costo di attirarsi critiche e isolamento.
Non meno significativa è la sua posizione sul Cpr di via Corelli. Aveva sostenuto la scelta del Comune di costituirsi parte civile nel processo agli ex gestori, ritenendo doveroso che l’amministrazione si schierasse contro le violazioni dei diritti umani. Quando Palazzo Marino ha arretrato, la sua reazione è stata in linea con tutto il suo percorso: accusare la giunta di aver perso un’altra occasione per “fare qualcosa di sinistra”.
Ambientalista senza sconti, anche verso i suoi
Monguzzi non risparmiava critiche nemmeno agli alleati naturali. È successo sul regolamento antifumo, che pure aveva contribuito a scrivere: per lui l’introduzione della soglia dei dieci metri ne svuotava l’efficacia sul piano della qualità dell’aria. È successo su Area C e Area B, giudicate buone intuizioni gestite però in modo insufficiente, senza una vera strategia di coinvolgimento dei cittadini e senza un adeguato sistema di informazione nei momenti di emergenza ambientale.
Questa intransigenza era la sua cifra. Non cercava il consenso facile, né l’applauso del giorno dopo. Cercava, piuttosto, di restare fedele a una linea. Per questo è stato spesso definito un dissidente del centrosinistra milanese. Ma forse sarebbe più corretto dire che ha incarnato una forma di opposizione interna permanente, esercitata non per posa ma per convinzione.
Il cordoglio della politica milanese
I messaggi arrivati dopo la sua morte restituiscono un tratto raro: Monguzzi era rispettato anche da chi non la pensava come lui. Pierfrancesco Majorino lo ha definito “un uomo perbene e un grande compagno”, ricordandone la tenacia e la presenza continua nelle piazze e nei presidi. Alessandro De Chirico, da Forza Italia, ha sottolineato come fosse uno di quei politici di cui si sa sempre da che parte stanno. Daniele Nahum ha parlato di un rapporto di affetto e di un consiglio politico ricevuto all’inizio della consiliatura che non avrebbe dimenticato.
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