Anche la Procura di Milano ha dei limiti. Qualcuno li farà rispettare?

La farsa dell'accesso per parole chiavi alle chat ed alle mail di Christian Malangone

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procura

Torniamo un po’ sul caso Malangone e sulle vicende della Procura di Milano. Certo, adesso sono tutti indaffaratissimi con il caso Minetti (chi doveva indagare? La Procura Generale…), ma non ci scordiamo che qui c’è una città che è letteralmente in ostaggio su mille fronti.

Due giorni fa Domenico Aiello, l’avvocato di Christian Malangone, direttore generale del Comune di Milano, ha messo nero su bianco tutte le “stranezze” dei pm nei confronti del suo assistito, che è stato indagato (per l’ennesima volta, peraltro) dai pm sul caso Stadio. Mi hanno colpito molto un po’ di cose. Prima fra tutte il modo di procedere degli inquirenti. Per chi non lo sapesse, quando si sequestra un dispositivo, che sia un telefonino o un computer, non si può semplicemente scaricare tutto il contenuto, ma si deve procedere a “ricercare” tra i documenti per parole chiavi. In pratica, se uno è indagato per lo Stadio di San Siro, si potrà ricercare ad esempio Meazza, San Siro, Stadio, Milan e Inter, e via discorrendo. La lista delle parole è importante, perché la legge non consente agli inquirenti di leggere tutto. Visto che in quel tutto ci sono cose personali, o semplicemente altri documenti che non c’entrano niente e nei quali gli inquirenti non hanno il diritto di guardare.

Bene, che cosa è successo a Malangone? Che i pm, secondo l’avvocato Aiello, hanno messo tra le parole chiave… “Christian Malangone”. In pratica, visto che ogni email è indirizzata a Malangone, perché questo è il suo nome, e perché questo è il suo indirizzo, hanno avuto accesso al 99 per cento del complesso dei dati disponibili. Una farsa. A che cosa servono allora le parole chiave? A prenderci in giro? C’è di più. Perché invece di circoscrivere il periodo temporale agli anni in cui potrebbe essere stato commesso il presunto reato, i pm hanno deciso di cercare su tutti gli anni di mandato di Malangone da direttore generale. Quindi: il 99 per cento dei dati sul 100 per cento del tempo. Uno potrebbe dire: chisseneimporta, in fondo se uno non ha niente da nascondere perché mai dovrebbe interessargli se la Procura legge tutto. E qui casca l’asino.

E poi ovviamente tutte le informazioni (anche quelle personali) finirebbero sui giornali…

Perché se davvero la Procura tutelasse la privacy di tutti gli atti giudiziari, e lo stesso facesse il meccanismo complessivo del processo, non ci sarebbe problema. Il problema è che quegli atti, tra avvocati, pm, forze dell’ordine, cancellieri, eccetera eccetera, finiscono praticamente sempre sui giornali. E c’è poco da fare: hanno pure varato una legge, la Cartabia, che avrebbe dovuto impedire l’abuso di diffusione dei verbali e degli atti. Niente: si continua come prima. E allora è chiaro che se agli atti vengono acquisite tutte le informazioni, anche quelle che non c’entrano niente, e poi queste – magari personali – finiscono sui giornali, si crea un mostro ancor prima che questo venga sancito come tale da giudici terzi e imparziali.

 

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