E’ uscita la nuova puntata di “Frontale”, newsletter di Fabio Massa con riflessioni (su Milano e non solo), inside e racconti di quello che accade in città. Ci si può iscrivere qui: https://frontale.substack.com
È ancora estate e l’influenza stagionale è ancora lontana. Quel a cui stanno attenti però i medici – e soprattutto le case farmaceutiche che producono i vaccini – è quello che succede dall’altra parte del mondo. Mentre qui è estate, infatti, nell’altro emisfero è inverno, e l’influenza va verso il suo picco massimo. In Australia, in questi giorni, stanno aumentando ricoveri e pressione sugli ospedali. Tre sono i principali virus attesi nella stagione 2026-2027: due appartenenti all’influenza A, H1N1 e H3N2, e uno dell’influenza B. L’Organizzazione Mondiale della Sanità ha già aggiornato i vaccini.
Il medico di base è cambiato
Quando arriva l’influenza il primo presidio non sono gli ospedali, ma i nostri medici di base. E non è un segreto che in Italia i medici di medicina generale sono un problema. Il motivo è che storicamente il medico della mutua era qualcosa che affondava nell’economia sociale dei paesi di cui l’Italia è popolata: una persona competente, brava, rispettata, lontana da un ospedale, in territori a bassa intensità abitativa. Questo medico aveva bisogno di flessibilità operativa, di non aver orari di lavoro, di potersi gestire come e quando voleva. A pagare il medico della mutua erano appunto le mutue, quelle che vennero abolite alla nascita del servizio sanitario nazionale. Il medico della mutua veniva pagato per ogni singola prestazione.
Nel 1978 nasce il SSN e nei primissimi anni ‘80 è Aldo Aniasi, un ex sindaco di Milano a dover gestire l’implementazione della legge. Si decise in quegli anni che i medici dovevano mantenere la propria libertà operativa, e che potevano quindi operare in un regime di libera professione convenzionata. Di fatto sono “monocliente”, ovvero lo Stato. E non vengono pagati a prestazione, come con le mutue, ma a numero di “clienti”, ovvero di cittadini.
Un sistema pensato per un’altra Italia
Dal 1980 ad oggi sono avvenute varie cose. La più importante, a livello socioeconomico, è che l’urbanizzazione della popolazione ha accelerato. Oggi più di metà della popolazione è inurbata. Questo vuol dire più densità. E – soprattutto per il Nord e soprattutto per la Lombardia – la densità vuol dire più efficienza ad avere un sistema ospedalocentrico. Non è un caso che Roberto Maroni, governatore di Regione Lombardia fino a 8 anni fa, scomparso nel 2022, aveva sostenuto un sistema regionale nel quale gli ospedali erano il cardine su cui tutto si reggeva. È avvenuto un altro fenomeno: il calo drastico di medici a disposizione, il sistema degli ospedali è tendenzialmente più ricco, e dunque gli studenti sono orientati in quella direzione. E poi è calato il numero di medici nel complesso. Risultato: pochi medici di base. E ancora, ultimo fenomeno: il Covid impazza proprio nelle città più popoloso, dove la densità è più alta. In Lombardia, soprattutto.
Ci sono le case di comunità, non i medici
Finita l’emergenza Covid nascono le case di comunità per tornare indietro rispetto al sistema ospedalocentrico. Ma i medici di base, nelle case di comunità, non ci vogliono andare. Ci sono mille motivi, tutti validi. Tuttavia la politica ha deciso per una direzione. Da tutto il Nord si leva una spinta decisa a cambiare il sistema di base con il quale i medici di medicina generale operano: da liberi professionisti monocliente a dipendenti pubblici che dunque hanno più diritti, ma anche doveri ben precisi. Anche perché intanto le case di Comunità sono state realizzate con i fondi del PNRR, e bisogna metterci dentro i professionisti.
La riforma che doveva cambiare tutto
Così Orazio Schillaci, ministro della Salute, inizia a scrivere la riforma. Il piano originario prevede due cose: per i neo medici la dipendenza dallo stato, la possibilità di passare a dipendenti statali per i medici in servizio. Ma l’obbligo per tutti, dipendenti o no, di dover operare all’interno delle case di comunità che sono state realizzate. Il sindacato dei medici, ha reagito: hanno detto di non essere stati coinvolti nella riforma e che comunque di vincoli non ne volevano. Liberi professionisti e stop. Risultato finale? Il governo ha perso su una delle riforme più importanti: vincono i medici. Niente dipendenza, niente possibilità di passare allo Stato, ma soprattutto presenza all’interno delle case di comunità un po’ come capita, in modo flessibile, non per un minimo di 6 ore alla settimana ma fino a 6 ore alla settimana.
La riforma è stata archiviata lo scorso giugno. Da allora il ministro ha parlato non di una categoria da riformare, ma di una categoria da valorizzare. Ha chiesto 5 miliardi in più per il fondo sanitario, ha detto che i medici di medicina generale sono il perno della prevenzione e della cura sui territori. E poi ha detto che si è scesi sotto la soglia critica dei 38mila medici di base attivi in Italia.
Nicolaporro.it è anche su Whatsapp. È sufficiente cliccare qui per iscriversi al canale ed essere sempre aggiornati (gratis).
Immagine generata da AI tramite GPT Image 1.5 di OpenAI



