A pochi giorni dall’appuntamento del 18 aprile in piazza Duomo, c’è un punto fermo: il Remigration Summit si farà. Giuseppe Sala ha spiegato di avere già posto la questione in sede di Comitato provinciale per l’ordine e la sicurezza pubblica e di avere ricevuto da prefettura e questura la conferma che non ci sono gli estremi per vietare la manifestazione. La sua posizione politica, però, resta nettamente contraria: il sindaco considera l’evento “inappropriato” e sostiene che la differenza tra “rimpatrio” e “remigration” non sia affatto solo semantica, perché evoca una visione molto più radicale e inquietante.
Su questo crinale si è inserita Elena Buscemi, presidente del Consiglio comunale di Milano. Dopo le polemiche dei giorni scorsi, Buscemi ha ribadito di non voler ritirare il suo ordine del giorno e ha depositato un nuovo testo per la seduta di lunedì 13 aprile: prende atto del fatto che il summit non sarà bloccato, ma chiede all’aula un voto politico di netta contrarietà contro una piattaforma che definisce “xenofoba e razzista” e incompatibile con i valori costituzionali della città. È un passaggio importante, perché sposta la questione dal piano amministrativo a quello politico-simbolico: Milano, in sostanza, non può impedire l’evento, ma può pronunciarsi contro.
Il risultato è stato un immediato aumento della tensione a Palazzo Marino. Nei giorni scorsi la Lega ha contestato duramente l’iniziativa di Buscemi, parlando di censura politica e di “fascismo rosso”, mentre in aula si sono visti cartelli e momenti di bagarre. La discussione sul summit è così diventata anche uno scontro sul significato della libertà di manifestazione e sui limiti del conflitto democratico: per il centrosinistra il problema è la natura del messaggio. Per il Carroccio il rischio è che una maggioranza usi le istituzioni per delegittimare un’opinione politica avversaria.
La mobilitazione del centrosinistra contro il remigration summit e gli equilibrismi di Sala
Pd, Avs, Patto Civico e una parte ampia dell’associazionismo milanese hanno scelto una linea di opposizione frontale. In questi giorni sono state annunciate iniziative istituzionali e civili contro il summit, con l’argomento che a Milano non può esserci spazio per idee che richiamano la “deportazione legalizzata” o una forma di razzismo rivestita di linguaggio amministrativo. Attorno a questa impostazione si stanno muovendo anche le reti antifasciste e i centri sociali, che hanno convocato due contromanifestazioni per il 18 aprile: una nell’area di largo Cairoli, l’altra con partenza da piazza del Tricolore. Le modalità definitive sono in confronto con prefettura e questura, ma il messaggio politico è già chiarissimo: l’obiettivo dichiarato è contestare il raduno e circondarne simbolicamente lo spazio pubblico.
Giuseppe Sala, da parte sua, prova a tenere assieme il dovere istituzionale e la contrarietà politica. È una posizione che non soddisfa del tutto né chi vorrebbe un intervento più duro né chi ritiene che il Comune stia già facendo troppo. Ma il sindaco continua a battere sullo stesso punto: non spettava a Palazzo Marino vietare la manifestazione e, una volta ricevuto il parere di prefettura e questura, non restava che prenderne atto.
Le diverse posizioni del centrodestra milanese. Fontana sostiene l’iniziativa
Il dato politicamente più interessante, però, è che il summit non divide soltanto maggioranza e opposizione: divide anche il centrodestra. La Lega, con Matteo Salvini e Attilio Fontana, ha scelto di sostenere l’iniziativa. Il governatore lombardo ha confermato che sarà in piazza per difendere l’idea di un’immigrazione “coordinata, concordata, controllata” e per rivendicare la necessità di affrontare in modo non ideologico il tema dei flussi e dell’integrazione. Forza Italia, invece, ha preso una strada opposta. Amir Atrous, responsabile immigrazione di FI Milano, ha definito il Remigration Summit un evento “in odore di xenofobia e razzismo” e ha annunciato per lo stesso giorno un’iniziativa alternativa dedicata all’impegno sociale e civile delle seconde generazioni. Anche altre voci azzurre, a livello cittadino, hanno preso le distanze dai toni e dai contenuti dell’evento. Fratelli d’Italia, almeno per ora, mantiene una posizione più prudente, tutta centrata sulla difesa del principio di libertà di parola. Il risultato è una frattura evidente nello schieramento di governo, con la Lega più esposta e gli alleati in ordine sparso.
Ma che cos’è davvero la “remigrazione”?
Per capire perché il summit susciti una reazione così aspra non basta fermarsi alla cronaca politica milanese. Bisogna entrare nel significato della parola che lo definisce. “Remigration” è un termine affermatosi negli ambienti della destra radicale europea e identitaria per indicare il ritorno forzato o promosso degli immigrati e, nei casi più estremi, anche di persone con background migratorio, inclusi soggetti che hanno cittadinanza o sono nati nei Paesi europei. Reuters, parlando delle iniziative legate a Martin Sellner e al movimento identitario austriaco, ha descritto la remigration come un concetto che implica l’allontanamento di alcuni immigrati “anche se in possesso della cittadinanza”. L’Associated Press ha ricondotto il termine ai piani discussi nell’area dell’estrema destra europea per deportazioni di massa.
Il nodo è tutto qui. I sostenitori italiani dell’iniziativa insistono nel presentarla come una forma più severa di politica dei rimpatri o come un paradigma di controllo dell’immigrazione. Ma nel dibattito internazionale il termine ha un significato molto più pesante. Il Guardian ha spiegato come “remigration” sia diventata negli ultimi anni una parola d’ordine della destra radicale per parlare di deportazioni di massa, usando una formula apparentemente più neutra e meno urtante di “mass deportation”. È proprio questa ambivalenza linguistica a rendere il tema tanto esplosivo: la parola suona tecnica, quasi burocratica, ma porta con sé un immaginario politico che molti osservatori leggono come un salto ulteriore rispetto alle tradizionali campagne anti-immigrazione.
Non a caso, le critiche che in questi giorni arrivano dal centrosinistra milanese, dai sindacati, dai movimenti e persino da pezzi del centrodestra insistono tutte sul medesimo punto: non si tratta di un semplice convegno sui rimpatri, ma di un’iniziativa che usa un lessico costruito nella galassia dell’estrema destra europea per spingere oltre il confine del dicibile un’idea di espulsione etno-culturale. Da qui l’accostamento, molto duro, fatto da Buscemi e da altri esponenti politici al tema delle deportazioni.
Il riferimento più ricorrente quando si parla di remigration è dunque Martin Sellner, figura simbolo dell’area identitaria austriaca. Sellner è stato al centro di polemiche in diversi Paesi europei: nel 2024 la Svizzera ne impedì un intervento pubblico sul tema della remigration e la polizia lo allontanò per ragioni di sicurezza; in Germania il suo nome è stato associato al dibattito esploso attorno a riunioni e progetti di espulsione di massa discussi negli ambienti dell’estrema destra. Reuters lo descrive come leader del movimento identitario, mentre AP lo indica come uno dei promotori più noti di questa linea.
Il summit milanese si inserisce dentro questa rete politica e simbolica. Nelle ricostruzioni di questi giorni, l’evento viene presentato come promosso dall’area dei Patrioti europei, con la presenza o il sostegno di esponenti dell’estrema destra continentale e con la Lega come punto di riferimento italiano più esposto. Il fatto che attorno alla parola “remigration” si stia costruendo una vera agenda transnazionale è uno degli elementi che spiegano il salto di attenzione: non più soltanto slogan di nicchia, ma un tentativo di trasformare un lessico radicale in una proposta politica presentabile nello spazio pubblico.
Il precedente del 2025: il summit a Gallarate
Per raccontare bene il summit del 18 aprile bisogna tornare a ciò che accadde poco più di un anno fa. Il 30 gennaio 2025 la questione esplose pubblicamente a Milano, quando emerse la notizia di un Remigration Summit previsto per il 17 maggio nel capoluogo. Fu quello il momento in cui Giuseppe Sala parlò di una cosa “terribile” e invitò tutta la città a esprimersi in maniera netta. Nello stesso passaggio il Pd milanese lanciò la mobilitazione e una raccolta firme contro l’evento. Nei mesi successivi la pressione politica e sociale aumentò. La sede inizialmente ipotizzata nell’area milanese sfumò, ci furono proteste e ritiri di disponibilità da parte di strutture che sarebbero potute diventare location del raduno. Il summit rimase a lungo senza una sede ufficialmente confermata e, proprio per evitare contestazioni, gli organizzatori comunicarono il luogo definitivo solo all’ultimo momento. Alla fine il summit si svolse il 17 maggio 2025 a Gallarate, al Teatro Condominio, con ingressi blindati, forte presenza delle forze dell’ordine e proteste nei dintorni e a Milano.
Milano non è una città neutra, in questa storia. Non lo è per il proprio profilo politico e civico, che da sempre si presenta come aperto, internazionale, costituzionalmente antifascista. Non lo è per il valore simbolico di piazza Duomo, che trasforma qualsiasi manifestazione in un messaggio nazionale. E non lo è nemmeno per il calendario: il summit arriva a ridosso del 25 aprile, cioè della festa che per Milano vale quasi come un tratto identitario. È questo intreccio tra luogo, memoria e agenda politica che rende il caso più sensibile di quanto sarebbe altrove.
Da qui anche l’insistenza con cui il fronte contrario all’evento usa parole come “sfregio”, “valori costituzionali”, “Milano città della Resistenza”. E da qui, sul versante opposto, la scelta della Lega di non arretrare e anzi di presentare il summit come un confronto politico necessario, quasi una sfida diretta alla narrazione progressista della città. Più che un semplice appuntamento di piazza, il 18 aprile si sta trasformando in un test sulla capacità di Milano di reggere un conflitto ideologico sempre più esplicito.
Una settimana ad alta tensione
La questione di fondo, in realtà, è più larga della cronaca locale. Nessuno, tra le istituzioni cittadine, sta sostenendo apertamente che il summit possa essere vietato per sola ragione politica. Sala ha preso atto del quadro normativo; Buscemi, nel nuovo testo, ha spostato il focus su una condanna politica. Persino molti degli avversari dell’evento distinguono il tema dell’autorizzazione da quello della legittimazione.
Da qui a venerdì prossimo il clima è destinato a salire ancora. Ci sarà il voto politico in Consiglio comunale, ci saranno le contromanifestazioni, ci sarà la sfida simbolica tra piazza Duomo e le piazze antagoniste, e ci sarà soprattutto una verifica politica interna al centrodestra, con Forza Italia già sfilata e la Lega intenzionata invece a rivendicare la propria scelta. Sullo sfondo resta la domanda essenziale: il summit del 18 aprile sarà solo una manifestazione rumorosa e divisiva, oppure segnerà un ulteriore passo nella normalizzazione di una parola d’ordine dell’estrema destra europea dentro il lessico politico italiano?
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Remigration Summit (immagine realizzata con l'intelligenza artificiale)


