L’EY-Parthenon Bulletin, progetto editoriale di EY che analizza, su base trimestrale, elementi di Strategy, Transactions e Transformations con cui si confrontano aziende, investitori e istituzioni, evidenzia come il primo semestre 2026 si caratterizzi per un contesto globale complesso ma con dinamiche di investimento più solide rispetto alle attese. In uno scenario segnato dal permanere di tensioni geopolitiche, conflitti e shock energetici, l’economia globale mostra un rallentamento contenuto, con una crescita attesa al 2,9% nel 2026, mentre l’Europa si mantiene su livelli più contenuti, con una crescita stimata allo 0,8% sulla base dell’EY-Parthenon Global Economic Outlook.
Il recente aggiornamento dell’EYParthenon CEO Outlook evidenzia come proprio l’instabilità internazionale rappresenti il principale fattore di rischio per le imprese, segnalato dal 66% dei CEO italiani, rispetto al 60% in Europa e al 56% a livello globale, a conferma della centralità di tali dinamiche nello scenario economico. Accanto ai conflitti fisici, anche le tensioni commerciali contribuiscono a un quadro di incertezza: il 26% delle imprese italiane individua nella variabilità del contesto regolatorio il principale fattore di rischio, anche alla luce delle recenti evoluzioni nelle relazioni commerciali internazionali e delle possibili ulteriori misure tariffarie come risposta degli USA alla digital services tax applicata in alcuni paesi europei, tra cui l’Italia.
SCARICA L’EY-PARTHENON BULLETIN
In Italia, non emergono segnali di recessione. Le stime del modello macroeconomico di EY indicano un PIL atteso intorno allo 0,6% nel 2026, in lieve riduzione rispetto alle stime di inizio anno, sostenuto da consumi e investimenti. Alcuni annosi fattori strutturali limitano la possibilità di trasformare un’intensa attività di investimento anche a supporto dei processi trasformativi in reale crescita economica.
Daviddi (EY-Parthenon Italia): “L’economia italiana ha mostrato capacità di recupero”
Commenta Marco Daviddi, Managing Partner EY-Parthenon in Italia: “Al di là del dato puntuale sulle prospettive per l’anno in corso, è utile osservare che tra il 2020 e il 2025 l’economia italiana ha mostrato una capacità di recupero superiore a quella spesso restituita dal dibattito pubblico. Dopo lo shock pandemico, il PIL nominale è passato da circa 1.661 miliardi di euro a 2.258 miliardi nel 2025 (+36%, dato superiore a Germania e Francia), mentre il PIL reale, specie in termini pro-capite, ha recuperato in misura ancora più significativa, con una crescita da noi stimata tra il 10 e l’11%, collocando l’Italia sopra Germania, Francia e Spagna nella crescita cumulata del periodo. In Italia oggi non emergono segnali di recessione, ma una crescita positiva, seppur contenuta, che riflette un percorso di trasformazione ancora troppo lento. In questo quadro si inseriscono i 700 deal di M&A annunciati nel semestre (+18%), insieme a una propensione agli investimenti che coinvolge il 74% dei CEO italiani, evidenziando una chiara volontà di accelerare processi di crescita e consolidamento. Il punto centrale non è quindi una fragilità congiunturale, quanto piuttosto la difficoltà di tradurre i fattori di tenuta in una traiettoria di sviluppo più robusta e persistente. La competitività delle imprese italiane è reale, così come la capacità di adattamento agli shock, ma operano all’interno di un sistema che continua a essere frenato da vincoli strutturali: demografia, energia, salari e adozione delle tecnologie. La vera sfida oggi non è comprendere se il Paese sia sufficientemente solido, ma se sarà in grado di aumentare la velocità con cui affronta il cambiamento”.
Il mercato italiano dell’M&A riflette queste dinamiche, il valore complessivo degli investimenti, pari a 25,3 miliardi di euro, evidenzia un recupero significativo, pur restando influenzato dalla presenza di operazioni di grande dimensione e da una crescente selettività del capitale. Il comparto industriale si conferma leader con il 26% delle operazioni, seguito da tecnologia e beni di consumo (13%), servizi (12%) ed energy & utilities (10%), delineando un orientamento degli investimenti verso settori con prospettive di crescita più solide. A livello globale, il mercato M&A mostra una dinamica particolarmente sostenuta, con operazioni annunciate pari a circa 3,0 trilioni di dollari nel 2026, in crescita del 42% rispetto al 2025 e del 114% rispetto alla media storica, segnando il miglior primo semestre mai registrato, pur trattandosi di operazioni annunciate e quindi non necessariamente concluse.
Il ruolo del Private Equity in Italia si mantiene centrale, con circa 330 operazioni e un controvalore di 7,9 miliardi di euro. I fondi rappresentano circa il 47% degli acquirenti, confermando la loro importanza nei processi di trasformazione aziendale, mentre il peso delle operazioni effettuate tramite portfolio company raggiunge il 56%, evidenziando una crescente attenzione a strategie di consolidamento e crescita selettiva. Parallelamente, l’attività M&A delle aziende italiane all’estero rimane dinamica, con 156 acquisizioni all’estero per un valore di 13,9 miliardi, concentrate per oltre il 56% in mercati chiave come Spagna, Germania, Stati Uniti, Regno Unito e Francia.
Le imprese italiane investono in competenze, talenti e tecnologia
Il recente CEO Outlook di EY evidenzia inoltre una propensione particolarmente marcata delle aziende italiane verso operazioni di crescita straordinaria: il 74% dei manager prevede attività di M&A nei prossimi mesi, un dato superiore alla media europea (68%) e globale (62%). Nel confronto internazionale emerge una specificità italiana: rispetto all’Europa, dove prevalgono priorità legate alla disciplina finanziaria e al controllo dei costi (26%), le imprese italiane mostrano una maggiore attenzione agli investimenti in competenze, talenti e tecnologia (28%), evidenziando un orientamento più marcato alla trasformazione e alla produttività. Il CEO Outlook evidenzia, inoltre, come anche l’intelligenza artificiale entra in una fase di consolidamento strategico: il 68% dei CEO intervistati in Italia prevede un rafforzamento degli investimenti, segnalando che l’AI non è più percepita come sperimentazione, ma come leva strutturale di competitività. I benefici sono già visibili in funzioni a elevata intensità decisionale e di relazione con il cliente, tra cui Customer Service and Experience, Finance and Risk, Strategy and decision making, indicando che molte organizzazioni hanno superato la fase pilota.
Il ruolo centrale del Private Equity
Aggiunge Marco Daviddi, Managing Partner EY-Parthenon in Italia: “In questo contesto, il ruolo del capitale si sta ridefinendo in chiave sempre più selettiva e trasformativa. Il Private Equity, con circa 330 operazioni, continua a rappresentare uno dei principali motori di evoluzione industriale, accompagnando le imprese in percorsi di consolidamento e crescita. Allo stesso tempo, particolarmente rilevante il dato sul Venture Capital, cresciuto del 47% in valori: mercato vivace, che sta beneficiando del recente aggiornamento normativo che agevola gli investimenti e che si muove verso un minor numero di operazioni di dimensione maggiore grazie ad una inedita capacità delle scale-up italiane più mature di attrarre capitali globali e costruire partnership con operatori internazionali. La sfida dei prossimi anni sarà rendere il Paese meno dipendente da fattori ciclici e più sostenuto da condizioni strutturali favorevoli all’attrazione dei talenti e alla crescita delle imprese, come condizione per poter garantire equità e sviluppo. Le sfide demografiche, energetiche e di trasformazione digitale e tecnologica che il Paese deve affrontare sono note da tempo. Ciò che farà la differenza sarà la capacità di affrontarle con un senso di urgenza che finora è spesso mancato. Perché il rischio principale per l’Italia non è una crisi economica. È l’illusione che il tempo giochi ancora a nostro favore”.
Nel venture capital italiano emerge una trasformazione strutturale del mercato. Gli investimenti raggiungono i 673 milioni di euro nel primo semestre 2026, con una crescita del 47% rispetto all’anno precedente, mentre il numero di operazioni si riduce da 132 a 104. Questo andamento riflette una crescente concentrazione del capitale su round di scala e su aziende più mature, con il ticket medio che passa da circa 3,5 a 6,5 milioni di euro. Le operazioni di maggiori dimensioni assumono un peso sempre più rilevante, con i primi cinque round che rappresentano circa il 42% del totale investito, segnalando un’evoluzione verso un ecosistema più selettivo, orientato alla qualità e alla capacità di attrarre capitali internazionali.
Il comparto real estate evidenzia una ripresa significativa, sostenuta da un cambiamento profondo nei modelli di investimento. In Italia i volumi sono passati da 6,6 miliardi di euro nel 2023 a 12,7 miliardi di euro nel 2025, e nel primo semestre 2026 hanno raggiunto 7,2 miliardi di euro, in aumento del 24% rispetto allo stesso periodo dell’anno precedente. Il mercato si sta progressivamente spostando verso strategie value-add e opportunistiche, con una crescente centralità degli asset alternativi, che rappresentano circa il 60% degli investimenti, e una maggiore attenzione alla capacità di gestione operativa come leva distintiva di creazione di valore.
Data center, in Italia progetti in corso per oltre 300 MW
Allo stesso tempo, i data center si affermano come infrastruttura strategica in un contesto guidato dalla digitalizzazione e dall’intelligenza artificiale. In Italia si stimano progetti in corso per oltre 300 MW e una pipeline di ulteriori 1.600 MW, con investimenti stimati per circa 25 miliardi di euro entro il 2028. Il mercato è sostenuto dalla crescente domanda di capacità computazionale e dai driver legati a cloud, AI e sovranità digitale, mentre il ruolo della Lombardia e dell’area di Milano si consolida come hub principale, con oltre il 60% della capacità installata in Italia.
Infine, il mercato italiano degli asset illiquidi evidenzia un’evoluzione significativa verso modelli più maturi e selettivi. Lo stock complessivo di crediti deteriorati nei bilanci bancari si è ridotto di circa 85 miliardi di euro rispetto al picco del ciclo precedente, con un NPE ratio stabilizzato intorno al 2–3%, ma il rischio si è progressivamente spostato verso investitori, servicer e piattaforme specializzate. In questo nuovo contesto, la creazione di valore è sempre più legata alla capacità di gestione attiva, all’integrazione di competenze industriali e alla valorizzazione di asset complessi, incluse nuove asset class come crediti fiscali, single name e operazioni special situation.
Nicolaporro.it è anche su Whatsapp. È sufficiente cliccare qui per iscriversi al canale ed essere sempre aggiornati (gratis).


