
Oggi ho letto una interessante intervista sul Corriere della Sera al premio Nobel Charles Rice, virologo della Rockfeller University. Dice Rice: “Bisogna lavorare sulla sanità pubblica, è molto importante, così come lo è contrastare la povertà”. E ancora: “Pensavo che dalla pandemia di Covid-19 avremmo tratto una grande lezione, ma mi sbagliavo”. Sono parole pesanti, ma vanno interpretate bene. Prima di tutto, Rice è americano, e quando parla di sanità pubblica ha in mente l’opposto del sistema sanitario americano. Un sistema, quello statunitense, che è molto distante da noi. Perché in Italia anche ciò che è privato – di fatto – viene pagato dal pubblico.
Le parole di Rice arrivano dopo quelle di Fabrizio Pregliasco, e pur non essendo collegate penso che possano servire da spunto di riflessione su come stanno andando le cose qui, nella nostra Regione. La scorsa settimana abbiamo riportato dati, su Milanoquotidiano.it, che dimostrano come il 50 per cento di tutte le prestazioni (ricoveri, diagnostica, etc) viene svolto da privati convenzionati. Ergo: viene pagato da tutti, a prezzi fissati dal pubblico, con soldi pubblici. Dice Pregliasco: “Il modello lombardo è storicamente fondato su un’integrazione tra pubblico e privato accreditato, che ha contribuito a garantire un’elevata capacità erogativa e una certa flessibilità del sistema. Detto questo, affermare che senza il privato il sistema ‘non reggerebbe’ rischia di essere una lettura parziale. Piuttosto è corretto dire che l’attuale configurazione del sistema sanitario lombardo è stata costruita nel tempo proprio su questa integrazione, e quindi oggi ne dipende in misura significativa”.
Dunque: in Italia e in Lombardia il privato è parte del sistema pubblico, ed è egualmente protagonista dei successi e degli insuccessi. Una lezione che dovrebbero mandare a mente quelli che – senza conoscere e parlando solo a slogan – continuano a dipingere e l’una e l’altra parte (ospedali pubblici-ospedali privati) come contrapposti, nemici, e dal diverso valore morale.
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